La tenerezza e l’impegno

Una postfazione a “i fantasmi e il mare”

L’impressione che dà il bel libro di Giosuè Bove è quella di un autodafé. Nel 1935 Elias Canetti segnò con questo titolo, che rimandava alle sentenze e ai roghi dell’Inquisizione, il suo capolavoro. Era, quella, la narrazione di un fallimento, il fallimento del vivere come sapere, come erudizione: il protagonista, il sinologo Peter Kien, brucia alla fine assieme a tutti i suoi libri. Anche in questi brevi e densi racconti di Bove è prospettato impietosamente un fallimento: la sconfitta del vivere come attivismo politico, lo scacco dell’intellettuale engagè, il disastro storico e morale di chi prova a scarnificare la sua particolarità e a definirsi soltanto come parte del tutto, fino a ragionare su di sé esclusivamente a partire dalle dinamiche e dai movimenti collettivi.

Siamo così pienamente all’interno di un nodo decisivo e irrisolto del Novecento, quello del rapporto tra l’io e il noi. Nella contesa tra l’istanza esistenzialistica, che rivendica la forza della vita e la sua amara drammaticità, e le versioni molteplici dello hegelismo e dello stesso marxismo, che spingono in direzione di una adesione razionale e morale al vivere come “progetto”, Bove, sia pure in modo lacerato e lacerante, esplicita una propensione precisa.

Il racconto “Angelo” può essere assunto ad emblema di questa travagliata scelta, allorché il fantasma di un vecchio sindacalista si rivolge all’autore con tono deciso: “è che non hai capito niente!” E poi prosegue contrapponendo alla “saggia e grigia teoria”, il fluire quotidiano della vita: “le donne che ho lasciato passare, i bambini che ho guardato da lontano giocare, i fiori che sono cresciuti davanti ai miei occhi senza che io li vedessi, il caffè della mattina, e l’aria fresca delle campagne, e il vino alla sera”. Lo sdegno di Angelo diventa l’occasione per una atto finalmente liberatorio, di respiro a pieni polmoni dell’aria fresca e viva dell’alba, che viene gustata, forse per la prima volta, “con un piacere lento e appassionato, quasi fosse un buon gelato al cioccolato”.

Ma questa ripulsa del “dover essere” e l’accettazione desiderata di una condizione di “non creatività” per l’uomo, che recuperano il nocciolo più alto del Decadentismo del Novecento, non ci porta affatto fuori dalle pene e dalla tragedia del vivere. I fantasmi sono amici nei racconti di Bove, ma sono anche, inevitabilmente, una allusione alla morte. Del resto, è proprio la morte, un drammatico incidente d’auto, che apre il libro, con un prologo che spinge ad un contatto lirico, appunto, con i fantasmi. Essi forse hanno qualcosa da dire, e  forse no; e però, in ogni caso, mettono in crisi lo spazio temporale producendo cortocircuiti inspiegabili sul piano logico, e però assolutamente colmi di significazione sul piano dei vissuti. Così, parlando di Genova si intrecciano il 1960 col 2001, e le morti antiche con le morti nuove. Ma la rivelazione di quel sangue è sottratta volutamente al piano della storia e si propone come semplice, rapida esistenza, fatta “del cestino dell’asilo e dell’odore del panino, e della mano del padre che lo teneva forte quando attraversava la strada e stai attento che ci sono le macchine, e dell’abbraccio della madre prima di uscire che con la mano gli pettinava i capelli ribelli. Dell’amore perduto della compagna di banco, e della noia dolce della spiagge e del sole. E dei pomeriggi sul muretto con gli amici a parlare di niente, e poi della voglia di amare, perché di questo noi tutti abbiamo bisogno, di amare. E delle telefonate, delle lettere, di questa vita amara come la terra”.

C’è la condizione della finitudine, ma il tono dei racconti, e ancor di più dei versi che li intervallano, resta lieve. La scrittura è sospesa, le parole restano sapientemente aperte. L’autore è attento a non chiudere le porte neppure sul piano dello stile, e appare, anzi, consapevole del fatto che forse è possibile un percorso che intrecci l’attimo particolare di ciascuno di noi con il fluire generale delle cose, sicché gli stessi grandi ideali di giustizia sociale e di umanizzazione del mondo (che hanno segnato la vita di Bove per lunghi decenni), potrebbero forse trovare spazio in un andamento più armonico, senza dover recidere per forza i legami tra l’esistere e la storia. L’allusione che sembra emergere, ad esempio, dall’ultimo testo, significativamente titolato “comunista?”, è ad una sorta di “politica impolitica”, che continui sì a domandare ma che sia anche capace di lasciarsi attraversare da un qualunque raggio del sole, fermando con naturalezza il battito del cuore su di una panchina di fronte alla vastità del mare: “E non avere altra speranza / se non quella di lasciarsi andare / in quel movimento./ E aspettare, sorridendo, / che tutto infine si fermi”.

Bove parla di una morte, addirittura ci consegna il quadro gelido di un espianto di organi. Eppure si sottrae al rischio del nichilismo: non la morte aleggia in questa sua riuscitissima opera prima, ma il sogno che ammorbidisce i colori e arrotonda i contorni del mondo. Di qui, forse, l’invito sotteso al lettore di fermarsi e sospendere l’agire, di praticare la propria “morte al mondo” e di uscire da sé, ma non per perdersi. Si tratta quasi di una “terapia dell’anima”, un lavoro di scavo per un ritrovarsi più autentico: sicuramente del sé, probabilmente del mondo, e forse anche di sé nel mondo. Da questo punto di vista, potrebbe riaprirsi la stessa possibilità dell’attivismo politico e dell’impegno; ma stavolta per davvero “senza mai perdere la tenerezza”.

Rino Malinconico