Comunista?

Sono diventato comunista perché ero innamorato del mondo, ma anche di una ragazza carina che frequentava il collettivo del liceo. Amore naturalmente non corrisposto e neanche esplicitato (in realtà non saprò mai quali chance avrei potuto avere se mi fossi fatto avanti. Ero – e sono – di una timidezza mostruosa, ma questa è un’altra storia). Mi colpiva del comunismo il suo essere politica fuori della politica, questo amore e questa fiducia smisurata nella persona umana. 

Sono diventato comunista perché non riuscivo ad essere felice del possedere “da solo”, perché sentivo addosso il peso della tristezza che girava intorno a me. In particolare mi commuoveva la miseria di tanti ragazzi della mia età, soprattutto d’estate. Nella bella stagione andavo a mare regolarmente con la mia famiglia (sei, e per qualche anno sette in macchina, una fiat ottocentocinquanta beige che si surriscaldava dopo i primi cento chilometri, con un portabagagli che mio padre caricava in maniera ordinata e meticolosa fino all’inverosimile) e lasciavo in città i miei amici più cari. Ne avevo uno, in particolare, figlio del portinaio del palazzo, con cui giocavo, che a mare non c’era mai andato, neanche per un giorno. Ma anche tanti miei compagni di scuola non c’erano mai andati: era una ingiustizia intollerabile. Il mare era meraviglioso, ti accarezzava con la spuma delle sue onde, potevi correre a piedi nudi sulla sabbia e rotolarci sopra, rialzarti e lavarti nell’acqua salata, e prendere il sole e guardare le ragazze in costume e innamorarti. Tutte cose che non potevi fare in città. L’esclusione dei miei amici era motivo di grande sofferenza. Ed era proprio la dimensione dell’io e del tutti che del comunismo mi convinceva: mi sembrava la continuazione ideale di quello che in chiesa un prete mi diceva parlandomi di Gesù. Però era meglio, perché il comunismo parlava di qualcosa da realizzare in vita e su questa terra, e non all’altro mondo, dopo la morte. E parlava di rivoluzione: parola affascinante, per me, che odiavo la ripetizione noiosa dei giorni sempre uguali e pensavo al grande cambiamento come ad una festa, ad un carnevale, dove potevi finalmente voltare pagina, giocare con il figlio del portinaio e andare con tutti i tuoi amici a mare, avere il diritto di decidere del calendario e fare una settimana con due o tre domeniche. 

Divoravo libri e mi piacevano in particolare i romanzi di Salgari e i racconti di fantascienza. In quelli di Salgari trovavo un mondo lontano e affascinante, pieno di eroi, di avventure e di amori, di ingiustizie che sentivo sulla pelle. Mi piacevano, i racconti di Salgari, perché gli eroi erano sempre dalla parte dei più deboli, e i più forti e ricchi erano sempre delle carogne e degli sfruttatori. 

Sentivo la necessità, per essere felice, di combattere contro quelle ingiustizie. La fantascienza mi permetteva di pensare in positivo: il mondo che stava venendo era l’avventura più grande, il viaggio più bello. Altri mondi erano possibili, altre civiltà. 

Diventavo comunista così, tra un gioco nascosto, qualche amore perduto e i sogni che, ad occhi aperti, facevo. Ma fino ad un certo momento mi è stato estraneo il concetto di militanza e di appartenenza. Poi, al liceo, una volta, ci fu una rissa. Io, che ero mingherlino e non coraggiosissimo, mi tenni a distanza, ma presi, almeno a parole, subito posizione: c’era un ragazzo, che si definiva fascista e che aveva preso a sputare sentenze sulla presunta libertà sessuale di una mia compagna di classe, comunista, assai carina e facile alle lacrime. Quel buffone, più che fascista, continuò ad insultarla nonostante lei fosse quasi piegata e incapace di rispondere. Eravamo piccoli, il primo anno, lui era al quarto liceo. Ad un certo punto intervenne uno del collettivo studentesco, uno del quinto anno. Litigarono, rotolarono a terra e il buffone ebbe la peggio. Il compagno del collettivo era più alto e gli diede un morso in testa fino a fargli uscire il sangue. 

Decisi di partecipare al collettivo dopo che l’insegnante di religione commentò l’episodio spiegando che il comunismo era violenza. “Ma quella era violenza giusta”, pensai senza dirlo. “Meno male che era intervenuto e che gliele aveva suonate”. E se i comunisti intervenivano per riparare i torti anche con le maniere forti, a me piacevano. Alla prima riunione avevo le lacrime agli occhi. Mi sentivo grande e commosso ad ascoltare quanta ingiustizia c’era nel mondo: non solo tanti non potevano andare a mare, ma addirittura non potevano giocare, bambini, mamme, padri costretti a lavorare sempre, ogni ora della loro vita, per poter sopravvivere. Quello che producevano aveva molto più valore di quel che ricevevano e la differenza se la intascava il padrone, che da allora in poi si chiamò capitalista o, anche, borghese. Per uscire dal feudalesimo i borghesi capitalisti avevano fatto la rivoluzione, fingendo di liberare tutti, ma in realtà liberando solo se stessi dai vincoli religiosi per “sfruttare meglio i proletari” (concetto sempre molto confuso e che per me coincideva con il portinaio e suo figlio, costretti a lavorare o ad essere disponibili a lavorare). E poi c’erano interi popoli oppressi dall’imperialismo (una trasposizione avanzata dei colonialisti inglesi bastardissimi e giustamente odiati dagli eroi di Salgari). 

Diventavo comunista, e mi piaceva.

Ciò nonostante non miglioravano i miei rapporti con le ragazze. Continuavo a leggere tanto e mi appassionavo adesso anche al marxismo. Non sopportavo però la saccenteria di taluni che, solo perché avevano imparato a memoria qualche citazione, venivano ad impartire il verbo. Assomigliavano troppo al mio insegnante di religione. Istintivamente, così come avevo simpatizzato con gli eretici del cristianesimo, cominciai a simpatizzare con gli eretici del marxismo. Non mi convinceva il dogmatismo, non mi convinceva il cameratismo militarista che si respirava nel collettivo e nell’organizzazione. Intanto, perché il comunismo non poteva essere una società dove lo stato decideva tutto e dove c’erano capi e capetti. Mi atterriva l’idea: pensavo al comunismo, invece, come “comunità di compagni”, nel senso di persone che spezzano il pane insieme. Pensavo che comunismo e comunione avessero la stessa matrice simbolica e immaginavo una società tipo mensa comune dei primi cristiani, sull’esempio di Gesù e dei suoi apostoli. Insomma avevo una idea di comunismo un po’ primitiva, dove si metteva in comune solo il consumo e non la produzione, mentre i compagni più grandi sostenevano che, al contrario, si trattava soprattutto di “socializzare la produzione”. Non mi convinceva, non mi piaceva, perché il lavoro, se costretto (già allora non sopportavo di lavorare a comando, e questa virtù mi era rimasta inalterata) era comunque un sacrificio, una negazione della felicità. Del resto, mi dicevo, alla socializzazione ci aveva già pensato il capitalismo con la grande (e tristissima) produzione di massa. E, invece, proprio lo sviluppo del sistema delle macchine e l’intelligenza generale che si era sviluppata mi sembrava che offrissero all’individuo e all’umanità la possibilità non di liberare il lavoro ma di liberarsi dal lavoro. Avevo in testa e leggevo e rileggevo un romanzo di fantascienza dove la produzione avveniva in microfabbriche automatiche individuali, in cui gli oggetti venivano costruiti da macchine sulla base di programmi di intelligenza artificiale disponibili in una rete di calcolatori che avvolgeva l’intero pianeta, per cui tutti erano produttori e il lavoro confinava e si confondeva con l’arte e con il piacere, ed era totalmente libero. Anche le costruzioni, i palazzi, le strade erano realizzate in forme leggere e si interveniva principalmente per conservare e ristrutturare, e si viaggiava con veicoli azionati dalla stessa energia utilizzata per le altre attività, energia che veniva dal sole, dal vento e dal mare. L’agricoltura aveva allontanato l’industria da sé, e si svolgeva con il supporto delle macchine intelligenti, recuperando un profondo senso di armonia con la natura. 

Insomma, aiutato anche dalla fantascienza, pensavo, che il comunismo del futuro dovesse essere una società amicale di compagni e non – per forza – di colleghi, cioè di persone con cui si mangia in comune e non con cui si lavora necessariamente in comune. Decisamente non mi piaceva l’idea di una società basata sulla grande fabbrica e sulla solitudine che avrebbe continuato a provare l’eroe moderno, l’operaio, dentro questi enormi capannoni, legato ad una macchina e ad un programma di lavoro.

E in questo comunismo fatto di amicizia e fraternità, mi dicevo, “non c’era mica bisogno di mettere tutto in comune?”. C’erano altre sfere della vita che non mi andava proprio finissero “in comunione” , in primo luogo l’amore e la vita familiare. Non che volessi difendere la famiglia borghese, basata sullo scambio economico e sulla sottomissione della donna. Ma l’amore era un fatto che doveva restare interamente mio. 

Il comunismo per me era, insomma, come una grande comitiva di amici in cui si condivideva quasi tutto. Ma il limite di quel “quasi” era importante. Per esempio non mi entrava proprio in testa la storia della trasparenza assoluta dei comportamenti individuali, che sconfinava decisamente nell’incubo del controllo totale. 

Al contrario mi sembrava che l’aspetto fondamentale del comunismo dovesse essere la libertà dell’individuo. Mi preparai bene, imparai a memoria quel che volevo dire, e una sera, ad una riunione cominciai: “una società comunista è una società dove il valore di scambio tende ad essere residuale e dove la produzione è esclusivamente produzione di valori d’uso, realizzati grazie al lavoro volontario organizzato nella forma più libera che la tecnologia consente e altrettanto liberamente scambiati attraverso il modello del dono reciproco. Solo così – argomentai alla platea scettica dei miei compagni, scandalizzando tutti i custodi dell’ortodossia – è possibile togliere senso alla tendenza ad accumulare la roba, senza costrizioni e tessere del pane. Certo sarà necessaria una quota residua di lavoro “obbligatorio” e organizzato: la cura delle persone e dell’ambiente, la gestione delle città, delle strade, dei trasporti, l’organizzazione della distribuzione dell’energia, dell’acqua… e quello dovrà essere ripartito egualmente su tutti, ma solo quello. Anche l’amministrazione della cosa pubblica, mi accaloravo, dovrà essere considerata ne più ne meno che una quota residua di lavoro obbligatorio, e bisognerà capovolgere gli attuali rapporti tra amministrati e amministratori: questi ultimi non dovranno godere di alcun privilegio o diritto in più dell’amministrato e l’attività dovrà essere svolta a turno sotto il controllo dei consigli e delle assemblee”. 

Dopo di che io ed un mio amico andammo in una città lontana a prendere marijuana e la distribuimmo come forma di comunismo. Fui espulso dall’organizzazione e allontanato dal collettivo. Fu un duro colpo. Individualista con tendenze anarchiche (questa accusa la ressi con orgoglio) spacciatore (questa un po’ meno, perché la marija non l’avevamo venduta ma  solo distribuita ed era semplicemente in corso una colletta per finanziare un altro viaggio della speranza).

Del resto un po’ anarchico lo ero. Intanto perché mi sembrava che la storia del tentativo di realizzare il comunismo, l’assalto al cielo, fosse segnata da molti errori, alcuni fatali. Le donne e gli uomini che l’avevano percorsa avevano pensato di conquistare il potere nello stato e attraverso questo di cambiare la società. Era successo il contrario, cioè che la logica del potere aveva cambiato quegli uomini e quelle donne, spesso spingendoli a governare in modo autoritario e violento. E per questo mi sembrava più giusto pensare il comunismo come percorso dell’anarchia, nel senso che non sarebbe mai bastata la libertà dal bisogno, dalla fame, dalla miseria, se non ci fosse stata insieme anche la libertà di esprimere il meglio di sé stessi, di costruire delle nuove esperienze di vita sociale, di praticare concretamente la libertà per tutti. E non mi convinceva quella distinzione tra l’oggi, al di qua del comunismo, e domani, al di là, tra i mezzi della politica e i fini della rivoluzione. Sarà stata la mia formazione cristiana ma ho sempre pensato che bisognasse diventare comunisti subito: il comunismo non poteva tollerare la distinzione tra fini e mezzi, che era stata una delle assi del pensiero rivoluzionario borghese, e dunque la comunità futura doveva essere prefigurata nel quotidiano. Quest’anarchia mi è rimasta in corpo: ancora oggi, che ho misurato quanto la mia vita sia stata diversa da quel che pensavo, quanto il mondo delle idee non abbia poi collimato con la realtà, continuo a ritenere che la rivoluzione comunista o è costitutivamente “contro il potere” o rischia di essere l’ennesima variante borghese della gestione del capitalismo, che per diventare comunisti bisogna lottare da subito, innanzitutto con se stessi e con le proprie radici, non per rinnegarle, ma per conoscerle e amarle davvero, sapendo che l’albero deve essere diametralmente diverso. Ho misurato la mia contraddizione dentro il crudo svolgersi delle vicende personali. Dei miei amori, finiti e non dimenticati, di quel vivere continuo nei microcosmi del “movimento”, del “partito”, della “organizzazione”, di rapporti umani alienati dalla superficiale convinzione della centralità della politica. Nonostante tutte le buone intenzioni, ho inteso il comunismo come una politica, e la vita come una cosa diversa. 

Il comunismo, invece, adesso lo so, o è immediatamente la vita, o non lo è. O abita nella terra, tra i sassi e le strade da percorrere ogni giorno, oppure è una ideologia tra le altre. O vive senza rifugiarsi nelle torri degli ideali, senza rincorrere il frenetico fare che toglie respiro e senso ai rapporti, oppure resta inutile alienazione. 

Adesso lo so. 

Sono diventato comunista per amore e continuo a diventarlo, ancora oggi, infantile, anarchico e un po’ triste.