Si respirava bene: traffico poco, freddo secco e un sole invernale che sembrava benedire ogni cosa del mondo.
Mi sentivo in pace con me stesso. Avevo smesso di fumare, avevo ripreso a correre ed era in corso una storia interessante con una donna che mi piaceva, dopo mesi passati a saltare da una situazione all’altra. L’aria limpida di quel sabato mattina coronava perfettamente quella sensazione di benessere. Quando da un piccolo bar sulla destra mi arrivò intrigante il profumo del caffè, del latte riscaldato e della crema dei cornetti, messi in bella mostra in una vetrina riscaldata, toccai davvero un livello di estasi.
Insomma: era proprio una bella giornata. Mi ero svegliato presto, nonostante la sera prima avessi fatto notte fonda con questa mia nuova amica con la quale era davvero bello stare insieme: mi affascinava e stava distruggendo le mie fragili difese. Far l’amore con lei era stupendo. Ma anche passare il tempo a litigare sull’ultimo film, o su un libro, o su quello che succedeva nel mondo, mi produceva uno stato di ebbrezza. Lei era un po’ fatalista, meditativa, orientaleggiante. Io, che pure avrei voluto conquistare l’armonia con il mondo, finivo quasi sempre per essere presuntuosamente attivista.
Con lei ci stavo bene anche quando bisognava affrontare le incombenze quotidiane, dalla spesa al supermercato alle prove da cuoco, sottoponendola a esperimenti che – devo dire – in generale non andavano così male.
Insomma era una bella giornata dentro un bel periodo. Dopo la corsetta quotidiana e la doccia, avevo deciso di andarmi a fare un giro in città con lo scooter. Arrivato nei pressi del piccolo viale dove spesso mi incontravo con gli amici, una strada stretta, a senso unico, con un marciapiede su entrambi i lati, che sfociava in una grande piazza, parcheggiai e mi incamminai, assaporando passo dopo passo la bellezza infinita di quella giornata.
“Un cappuccino e un cornetto”, chiesi entrando nel baretto a sinistra del viale, con voce leggermente alta. Dovevo avere stampato in faccia un sorriso permanente e contagioso. La ragazza dietro al banco, si girò, mi saluto e ricambiò con molta generosità sia il sorriso che lo sguardo interessato che le lanciai. Era da tempo che non riuscivo a flirtare con tanta semplicità.
Attesi che la tazza fumante con il cappuccino fosse messa sul piattino e poi cominciai a sbocconcellare il cornetto. “Perfetto”, mi dissi. E con la tazza in mano mi affacciai all’uscio del bar, per godere di quel sole così generoso. Sul marciapiede c’erano tre tavolini con una dozzina di sedie, tutte già occupate. Mi passò un attimo per la mente che sedermi ad un tavolino con quella tazza bollente e con il sole che mi riscaldava avrebbe reso davvero poetico quel momento. Ma fu, appunto, un pensiero passeggero. Ero lì e mi bastava, seduto o in piedi non faceva differenza.
Indugiai però lo sguardo su uno dei ragazzi seduti, che subito interloquì con un tono sopra le righe, violento e ironico ad un tempo: “Che cazzo stai a guardare?” .
L’incanto di quella mattina andò in frantumi. Vidi con la coda dell’occhio la ragazza dietro al banco e la cassiera sobbalzare udendo la voce irata e rauca che veniva da fuori. Il tizio che aveva parlato era completamente glabro, non aveva né capelli, né sopraccigli, né cigli. Dalle labbra pendeva una sigaretta accesa ed era tatuato un po’ dappertutto. Una faccia cattiva, una tuta da ginnastica aperta e sotto una maglietta aderente che metteva in risalto la notevole struttura muscolare. “Porca miseria, pensai. E che gli ho fatto adesso a questo?”. Provai paura, solo paura, e cominciai a tremare. Feci finta di non aver sentito, e mi ritirai verso la cassa.
Chiesi il conto, pagai e decisi di andarmene continuando a fare finta di niente. Ma arrivato di nuovo sull’uscio la faccenda si complicò. Passava in quel momento sul marciapiede una ragazza spingendo un carrozzino. Dal colore degli occhi, dalla pelle e dall’abbigliamento si poteva desumere che fosse una rom. Il tipo che aveva provato un attimo prima ad attaccar briga con me, con un piede bloccò il carrozzino e con la voce ancor più rauca sparò: “Sporca zingara, di qua non passi”. La ragazza non tentò neanche di provare a spiegare. Stava per fare marcia indietro, mentre nel carrozzino il bambino continuava a tenere stretto un bambolotto nudo e a guardare sorridendo al mondo.
Da quel momento in poi io mi sono ritrovato a guardare la scena da fuori. Perché un altro me stesso aveva preso il controllo e faceva cose davvero imprudenti. Normalmente avrei evitato di affrontare l’energumeno ovvero, se proprio fossi stato costretto, avrei provato a parlare con lui, a spiegargli che stava sbagliando, che quella era una madre con un figlio e che bisognava lasciarla passare, anzi alzarsi per farle spazio. Ma l’altro me stesso con uno sguardo duro, mi impose il silenzio finanche dei pensieri. Sentii nella bocca adrenalina, e una strana nuova piacevole voglia di sangue.
Il mio piede destro scattò e colpì con una violenza cattiva il piede sinistro con il quale il glabro stava bloccando il carrozzino. Non se l’aspettava e mi guardò con un misto di sorpresa, di rabbia, ma anche con una smorfia di dolore. L’avevo fatto davvero male. Con il braccio fermai la marcia indietro della ragazza e mi interposi tra le e l’energumeno, facendola passare.
Il tipo si alzò ma ormai la ragazza era passata. Gli altri amici suoi che erano rimasti attoniti al momento del calcio adesso si preparavano ad assistere alla mia esecuzione, si guardavano tra loro sorridenti e non si muovevano dalle sedie. Il glabro era decisamente più alto e più pesante di me, mi scostò nemmeno tanto violentemente. “Sei morto!” mi sibilò con quella voce rauca. Ma fece un errore: nel tirare il braccio indietro e caricarlo per colpirmi con un pugno divaricò leggermente le gambe. Lo colpii con un calcio così violento in mezzo alle gambe che per un attimo ebbi paura di averlo evirato. Ma fu solo un attimo, ed ogni scrupolo si dissolse.
Incoraggiato dal successo e dagli occhi stravolti del tipo, mi avvicinai, lo colpii di nuovo nello stesso punto, questa volta con il ginocchio e poi con la testa gli ruppi il naso. Schizzò copioso e caldo il sangue, e gocce viscose mi arrivarono in bocca. Sapevano di dolce e mi piaceva.
L’energumeno cadde contorcendosi mentre i suoi amici si erano disposti a semicerchio e mi guardavano stupiti e minacciosi. Erano 8, tutti robusti, ad eccezione di due, più piccoli e mingherlini, che stavano sul lato destro. La mia mente funzionava a velocità incredibile. Pensai di recuperare un tavolino di ferro e di farmi largo con quello roteandolo in faccia ai bulli e puntando su quelli che sembravano l’anello debole della catena.
Per prendere il tavolino dovevo però praticamente passare sopra il ragazzo a terra. Non ci pensai due volte: il tizio sembrava svenuto e ci provai. Mi afferrò il piede sinistro con la mano destra, mentre nella sua sinistra era comparso un coltello a scatto: era piccolo ma mi provocò un dolore atroce quando me lo infilò nel polpaccio fino a toccarmi con la punta l’osso.
Il dolore era davvero insopportabile. Ma ormai io non avevo più il controllo del mio corpo e non funzionavano i meccanismi di autodifesa e di preservazione. Scostai indietro la gamba colpita e nonostante l’equilibrio precario con il piede destro colpii duro il glabro in viso, sentendo la punta della scarpa entrare nel volto, le ossa della mascella scomporsi, e i denti laterali saltare.
Avevo entrambe le scarpe ricoperte di sangue. Quella sinistra era tinta dal sangue che usciva copioso attraverso lo squarcio del jeans dalla ferita al polpaccio, quella destra aveva un rivestimento di sangue misto a saliva e muchi appartenente all’energumeno a terra. Il quale, peraltro, non si arrendeva: nonostante i colpi riportati provò a risollevarsi e mise una mano su un tavolino per trovare un punto di appoggio. Nella tasca destra del giaccone tirai fuori una penna a sfera. Normalmente non avrei neanche pensato che potesse essere usata come un punteruolo. Colpii con tutta la mia forza il dorso della mano appoggiata al tavolino, e il cappuccio della penna affondò nella carne squarciandola. Il grido di dolore fu atroce. Per un attimo mi sentii male, in colpa. Ormai era chiaro che non era né l’offesa subita prima, né la volontà di difendere una persona debole e indifesa a scatenare questa violenza, che io non avrei mai pensato di poter esercitare. No, era stato tutto un pretesto: ero ubriaco di sangue e mi stavo vendicando dei torti di una vita. Il tizio a terra, che si contorceva di nuovo per il dolore amplificato dalla ferita alla mano, aveva rappresentato in quegli istanti il capro espiatorio: su di lui avevo scaricato la mia rabbia, gli avevo dato il volto in rapida sequenza di quelli che mi avevano colpito, deluso, tradito, ignorato, imbrogliato, offeso. Mi sentivo per la prima volta in grado di disporre della vita di un altro. Il senso di colpa fu assorbito istantaneamente da questa volontà di potenza.
Il glabro era ormai inoffensivo. Mi girai dandogli le spalle. Poi con un gesto teatrale mi chinai sul polpaccio colpito e concentrandomi con un colpo solo estrassi il coltellino, mordendomi le labbra a sangue per non gridare. Con entrambe le mani armate, una con il coltello, l’altra con la penna, avanzai in direzione della catena umana degli amici del tizio a terra. L’anello sembrò aprirsi. Solo uno che si trovava sulla mia sinistra, mi venne addosso, e bloccò con una stretta formidabile le mie due mani gridando come un ossesso per intimorirmi. La presa sui polsi era davvero d’acciaio, ma per torcere le mie braccia fu costretto ad avvicinare il suo collo alla mia bocca. La mia mascella sembrò allungarsi e quando si richiuse i denti strapparono pelle, carne e vene. Immediatamente la stretta ai polsi venne meno. Il ragazzo non gridò, quasi come se il fiato si fosse congelato nella sua gola, si portò entrambe le mani al collo e cercò di tamponare il fiotto di sangue e umori che usciva dalla ferita. Ripresi così a camminare e finalmente tutti si scostarono per farmi passare, guardandomi con terrore: non avevo sputato e stavo lentamente masticando, con apparente gusto, il pezzo di collo strappato. Evidentemente la cosa doveva fare un certo effetto. Vidi un paio di loro svenire, e sorrisi divertito. Avevo la bocca molto sporca e me ne resi conto quando ci passai la manica dell’impermeabile chiaro, che subito acquisì un colore rosso cupo di sangue rappreso. Ingoiai e mi avviai allo scooter.
Riposi nella tasca il coltello requisito e la penna e tirai fuori la chiave e misi in moto.
Prima di partire respirai di nuovo l’aria perfetta di quella mattina e guardai sorridendo verso il sole.
Era proprio una bella giornata.
