Il mare era lì, indifferente al traffico che pigro sciamava in direzione del centro. Mi fermai prima del ponte girevole ad assaporare l’odore della città che per venticinque anni avevo sognato.
Non ci ero più tornato. Quelle strade, i vicoli della città vecchia, l’odore acre di zolfo dell’Italsider erano indissolubilmente connessi ad una parte della mia vita che si era chiusa dolorosamente e che ero riuscito ad archiviare.
A quell’epoca andare a Taranto, era per me una festa. Coccolato e accudito, passavo le giornate a crogiolarmi in un ozio meraviglioso, appena interrotto dalle passeggiate sul lungomare e dalle discussioni sui massimi sistemi che intavolavo volentieri con lei che era il mio vero primo amore. Ero felice, stavo bene.
Quando ci lasciammo la disperazione per la perdita di lei si intrecciò con la mancanza di quella città e di quelle giornate di beatitudine.
Eravamo molto giovani e il tempo davanti ci sembrava infinito come il cielo della città.
Non ci ero più tornato. Ma nell’ultimo periodo mi sembrava assolutamente necessario rivedere quei luoghi.
Ero partito da solo, portandomi dietro la paura, che da tempo provavo, di restare solo per sempre.
Il viaggio in automobile era stato tetro e rapido: niente a che vedere con le interminabili e allegre traversate di allora, con il treno che si inerpicava su per l’appennino lucano, o con la lenta e scomoda corriera che ti consentiva di finire un libro o di conoscere persone, e di discutere del tempo, dello sport o del governo.
Scesi dall’auto e accesi con calma una sigaretta. Il cielo era plumbeo e in lontananza la scia grigia che univa le nuvole al mare indicava l’avvicinarsi imminente della pioggia.
Non ricordavo neanche una giornata di cattivo tempo a Taranto. Probabilmente avevo rimosso il bianco e nero, lasciandomi cullare, nei ricordi, solo dai colori splendenti che i due mari ed il cielo di quella città mi avevano offerto in quegli anni felici.
Cominciarono ad arrivare rapide folate di vento dal mare e la sigaretta si consumò più in fretta del solito. Risalii in macchina e sul parabrezza si stamparono le prime gocce di pioggia.
Mi intrufolai nel traffico e lentamente arrivai sul lungomare. Mi guidavano ricordi appannati e confusi, mentre il mare brontolava sempre più agitato. Sfilavano davanti a me palazzi e monumenti, alberghi. Gustai la lentezza del cammino. Non avevo un programma. Non l’avevo cercata, non sapevo neanche se fosse ancora in città, mentre comprendevo bene che la speranza, remota e inconfessata, di incontrarla sotto casa sua o casomai nel bar vicino, dove eravamo soliti passare per il caffè e scroccare i titoli del giornale, era decisamente vana.
Quante volte avevo pensato di attraversare quelle strade, di tornare a passare sotto il suo portone. Quante volte avevo rinunciato, per paura o per pigrizia. Adesso però c’ero. Poche centinaia di metri e avrei imboccato la sua strada. Ero emozionato come un bambino. Si confondevano nella mia testa le notti passate a discutere e a fare l’amore, con le giornate vuote di quando lei tornava a Taranto, i soldi che non c’erano mai, le collette per recuperare i gettoni telefonici e finalmente chiamarla. C’eravamo conosciuti all’Università a Napoli ed era stato subito amore. Un amore dolcissimo, struggente, cattivo, disperato, che come tutti gli amori era finito, lasciando ferite, cicatrici, ricordi. Dentro quell’amore avevo provato a crescere, ad emanciparmi dal senso di inadeguatezza che mi aveva perseguitato fin da bambino, da quella ricerca affannosa di affermazione sugli altri e di controllo del giudizio su di me.
Certo, per difendermi avevo costruito intorno a me corazze. “Non ho bisogno di nessuno” era il mio comandamento, anche ai tempi di quell’amore. E così nascondevo bene, innanzitutto a me stesso, la mia fragile vulnerabilità. Vivevo a cavallo tra passato e futuro, incapace di attraversare il presente, con la paura di amare, con la segreta certezza di essere inadeguato. Cercavo di essere sempre il primo tra tutti, ma solo per illudere me stesso sulla mia autosufficienza. In realtà avevo paura della vita, e per affrontarla dovevo aggrapparmi a qualcuno.
Nessuna corazza alla prova dei fatti aveva retto. Si erano rotte sotto gli urti violenti delle storie che finivano, dei fallimenti piccoli e grandi della vita, del tempo che passava. Quando ero giovane pensavo fosse un caso e tornavo a rivestirmi di acciaio. A differenza di allora, adesso perlomeno ero consapevole. Avevo anche provato a resistere, a rafforzare le protezioni e negli ultimi anni mi ero sforzato di essere cinico, calcolatore, cattivo. Ma non ci riuscivo, ci stavo male, non ero io. Mi sentivo sporco, mi detestavo.
Il dolore acuto di un altro pezzo di vita che si spezzava mi aveva costretto ad aprire gli occhi. A liberarmi dei residui di lamiera attaccati alla pelle. A guardarmi nello specchio e ad ammettere finalmente il mio bisogno di amore, di amare e di essere amato, e, soprattutto, finalmente, di amare me stesso. E per volermi bene dovevo ripulirmi di ogni scoria. Adesso finalmente lo sapevo, adesso finalmente ero nudo e volevo esserlo.
Adesso finalmente vedevo il presente. Dopo tante tempeste avevo scoperto il dolore e la dolcezza del vivere attimo per attimo. Adesso potevo vivere senza paura.
Mi stupii di questo vagheggiare così drammatico. Ero stato sempre esagerato e in questo. pensai, non ero mai cambiato. Mi prendevo sempre troppo sul serio.
Intanto continuavo a camminare lento, quasi trascinato nel traffico, sotto una pioggia battente, in quella mattina d’autunno.
Poi, d’un tratto, vidi la panchina di fronte al mare.
Si!, era proprio quella panchina. Era lì che ci fermavamo a leggere, a discutere, a baciarci. Quanto tempo era passato, quante cose erano cambiate. Eppure la panchina era ancora lì, rivolta verso lo stesso mare. Mi venne voglia di fermarmi… del resto avevo il piede sulla frizione che dava segni di intorpidimento e forse una piccola pausa ci voleva. Ero quasi arrivato e la panchina era il punto più vicino del lungomare dalla sua strada.
Accostai mollemente a destra e spensi il motore.
Mi rilassai sul sedile della macchina, mentre la pioggia continuava a tamburellare sui vetri e sul tetto della macchina. Chiusi gli occhi per immaginare quel che poteva succedere, o che avrei voluto succedesse: la sorpresa di lei, che forse all’inizio avrebbe avuto difficoltà a riconoscermi, (certo non se l’aspettava, dopo tanti anni) e poi i saluti e i fiumi di parole che sarebbero sgorgati per raccontarci la vita. Avremmo camminato insieme, anche sotto la pioggia (certamente lei avrebbe avuto uno di quei grandi ombrelli che tirava sempre fuori al momento opportuno e che non capivo mai da dove uscissero). Avremmo attraversato le strade che ci avevano visto felici e innamorati e ci saremmo fermati a prendere un caffè, e ridere di noi, invecchiati eppure forse ancora adolescenti, alla ricerca di un senso alle cose. Quando riaprii gli occhi la pioggia era finita, improvvisamente, lasciando il mondo completamente zuppo d’acqua. Il sole già si dava da fare, stracciando rapidamente gli ultimi nembi di nuvole e inondando la città di calore, per asciugare le cose. Era riemerso trionfante e soddisfatto, e l’aria pulita lo rendeva ancora più luminoso. Davanti e ai lati dell’automobile non c’era più nessuno.
Nessuna macchina, né in movimento, né in sosta. Nemmeno dallo specchietto retrovisore si vedevano automobili né tanto meno persone a piedi. Ma quanto tempo era passato? E che cosa era successo?
Non avevo orologio al polso (l’avevo sicuramente dimenticato da qualche parte), e quello della macchina non funzionava. Il sole era ancora alto. No, non doveva essere passato molto tempo.
“E’ strano, pensai, dove sono finiti tutti?” Lasciai le domande scivolare, senza l’assillo di cercare risposte, e mi accontentai dello stupore di qualche istante. Ero lì, forse a pochi metri da lei.
Era quella la cosa importante.
Decisi di raggiungere la sua strada a piedi.
Scesi dalla macchina e le scarpe imbarcarono immediatamente l’acqua che aveva coperto interamente l’asfalto della strada. Il sistema fognario era saltato e il sole brillava su quella distesa che pareva un torrente, giocando a creare riflessi che a volte mi accecavano e mi costringevano a socchiudere gli occhi. Continuai a camminare incurante dell’acqua nelle scarpe. Attraversai un semaforo che da solo continuava a giocare senza senso con il rosso e con il verde, nel silenzio assoluto.
Ero a pochi metri dalla sua strada, e più mi avvicinavo più il passo si faceva leggero. “La incontrerò, sono sicuro. Adesso mi metterò di fronte al portone, farò finta di guardare le vetrine e aspetterò. O, forse, potrei citofonare. No, è meglio di no. Non sarebbe la stessa cosa”. Ero stranamente certo che lei fosse a casa e che sarebbe scesa di lì a poco.
Arrivai di fronte al suo portone. Vetrine ce n’erano poche, non era davvero cambiato niente. Quante volte, dopo aver litigato, scendevo giù minacciando di andar via. Ma poi non lo facevo, e restavo in attesa che lei scendesse dal suo settimo piano, uscisse dall’ascensore e si affacciasse dal portone per vedere se davvero me ne ero andato.
A volte avevo aspettato ore e ore: aveva davvero un carattere forte. Del resto mi ero innamorato anche per questo. E avevo dovuto accettarne le conseguenze.
Perso nelle riflessioni e nei ricordi non mi accorsi nemmeno di quanto tempo fosse passato. Vidi nel portone, che per contrasto con la luminosità esterna sembrava buio, aprirsi le porte dell’ascensore. Era lei, ne ero certo. Ancora non la vedevo bene, ma già percepivo quel passo che, nonostante gli anni, ricordavo ancora alla perfezione, e che risuonava per l’assenza di altri rumori. Si affacciò sulla soglia e guardò subito nella mia direzione. Non era cambiata in niente: magra come sempre, capelli corti, con un taglio che mi faceva impazzire (le avevo confessato, una volta, dell’eccitazione che mi provocava accarezzarle il collo sgombro da capelli). Indossava un jeans e una felpa di quelle con il cappuccio. E si era truccata appena, come faceva quando era allegra. Io non riuscivo più a muovermi, ero paralizzato.
Lei mi sorrise. Quegli occhi dolci che mi avevano fatto innamorare mi guardavano, senza sorpresa. Mi raggiunse all’angolo della strada.
“Ti aspettavo”, mi disse. E poi mi abbracciò con forza. Non chiesi spiegazioni, mi sembrò sufficiente rivederla. Le parole sembravano non avere senso in quel momento, e le lasciai in fondo al cuore. Improvvisamente muto. Mi prese per mano e ci incamminammo in direzione del lungomare.
“Mi basta la tua mano, il tremore che sento stringendola”, mi disse rompendo il silenzio, quasi a tranquillizzarmi del mio imbarazzo. Avevo un groppo alla gola ed ero felice, sentivo crescere in me una piacevole spossatezza che mi pervadeva l’anima.
“Un altro poco e siamo arrivati” mi disse, come se avesse sentito quel che provavo.
Era stato sempre così, fin dall’inizio. Lei riusciva a capire quel che sentivo anche senza parole. E non è che non parlassimo: discutevamo ore ed ore, nottate intere. Altre volte ci scrivevamo lunghe lettere, pagine e pagine di quaderno poi conservate con cura. Ricordavo la sua grafia elegante e disordinata. Era bello anche allora restare senza parole.
Sbucammo sul lungomare deserto e ci dirigemmo verso la panchina di fronte al mare.
Ero davvero sfinito. Ci sedemmo e lei sorridendo mi invitò con un gesto della mano a distendermi e accolse con dolcezza la mia testa sulle sue gambe. Cominciò ad accarezzarmi i capelli. Mi raccontò di lei, del suo vagare al nord e poi in paesi lontani e per me esotici, dei suoi amori, del suo ritorno. Ed io le raccontai di me senza fretta, di una storia di sfide continue dalle quali mi era sembrato uscire forte e vittorioso, ma che in realtà avevano segnato, tappa dopo tappa, la mia sconfitta.
Mentre mi svuotavo il cuore cresceva il bisogno di rilassarmi completamente, di lasciarmi andare.
Mi addormentai mentre il sole era stranamente ancora alto e ci riscaldava dolcemente.
Il medico passò a controllare i display. Non c’era nessuna speranza ormai da mesi e quella improvvisa seppure impercettibile attività celebrale non era un buon segnale. Chiamò gli infermieri e fece avvisare la famiglia.
Era giunto il momento. L’operazione di espianto degli organi doveva essere eseguita immediatamente. Non c’era neanche bisogno di attendere il permesso dei familiari perché era stata espressa esplicitamente la volontà.
Quando l’operazione ebbe termine e gli organi furono consegnati, il giovane chirurgo ebbe un attimo per rilassarsi sulla poltrona della sua stanza.
“Ti vedo stanco” disse il collega più anziano entrando. “E’ la prima volta che eseguo un espianto, rispose il giovane chirurgo, e ho avuto una strana impressione, poco prima di eseguire l’intervento. Mi è sembrato che lui sorridesse”.
“Capita, rispose il collega, ma è appunto solo un impressione”.
Il giovane chirurgo annuì e chiuse gli occhi “Proverò a riposarmi un po’” disse tra sé e sé.
Quando mi risvegliai lei non c’era più. Aveva lasciato un biglietto: “Stai tranquillo, ti raggiungo appena posso. Ti voglio bene”. Stringevo quel foglio di carta spiegazzato e sorridevo felice. Finalmente si sciolse quel groppo alla gola e piansi.
Ero solo sulla panchina. Il mare era calmo e il sole diventava sempre più grande e rosso. Si preparava al tramonto.
Avrei aspettato lei con il sorriso di chi non ha più paura, godendo lo spettacolo che quel golfo si apprestava a mettere in scena.
Così, sulla panchina di fronte al mare.
