ricordando un’alba d’inverno
(sette giugno millenovecentottantadue)
l’urlo luminoso dall’est violentò la notte l’alba accese strani colori nella stanza delle tendine rosse le sirene piangevano sangue quando la luna scomparve nel cielo oscuro di quella fredda mattina di novembre il mare gridò la sua forza sibilò un canto nuovo il vento gelido tra mostruosi giganti di cemento nelle viuzze fangose del centro la luce invase i corridoi degli uffici ancora chiusi cortili antichi i treni fermi alla stazione gli occhi di un bambino che tremava le sirene delle fabbriche intonarono atroci richiami riprese piano negli occhi assonnati tra le luci impallidite dell’autostrada tra i fuochi della zona industriale nell’odore freddo del mattino riprese piano il solito nastro grigio su cui scorrono le solite cose riprese piano a tessere la gente i propri affari ognuno la propria parte riprese piano la vita con la solita patina crudele di pace con il solito carico di angosciosa normalità con il suo solito grido di morte
