Lei venne di nascosto

(quattordici luglio millenovecentosettantanove) 

Sapevo che era l’ultimo giorno. Domani mi avrebbero steso sul letto e le mie vene sarebbero diventate strade di veleno e di oblio. 

Non sapevo ancora se il sonno avrebbe vinto la corsa con la morte. Non ricordavo più neanche perché, perché m’avevano condannato. 

Non mi interessava più. 

Avevo solo chiesto che una persona, una qualsiasi, mi tenesse la mano. Prima non sapevano se sarebbe stato possibile, poi mi dissero  che non c’era nessuno disponibile, neanche un prete. 

Lei venne di nascosto. 

Me la ritrovai seduta nel mio letto. Aveva gli occhi neri ed il sorriso contagioso. Sorrisi anch’io. Mi accarezzò e appoggiai la mia testa tra le sue gambe. E mi parlò prima come si parla ad un bambino e poi come si parla ad un uomo. Mi baciò e tutto si confuse. 

Mi sembrò di aver vissuto inutilmente la paura di essere solo. Che la morte può esser più pietosa e compassionevole della vita. Che, forse, invece di scacciarlo, il dolore, avrei dovuto trattarlo da amico e capire fino in fondo quel che mi voleva dire. 

Tornai a perdermi nei suoi occhi. 

Così li ho fregati. 

Son morto qualche ora prima della esecuzione, facendo l’amore, in un sogno che sembrava la vita. E lei mi ha tenuto la mano dolcemente nella sua mano, fino alla fine.