Arrivò alla vista delle colline sannite
Il viaggio, breve, rispetto alle trasferte a cui era abituato, fu fin dall’inizio strano, fastidioso. Man mano che s’avanzava nella strada, il tempo sembrava rallentare. I ritmi metropolitani lasciavano spazio, così come il paesaggio, alla musica lenta della brezza tra gli alberi, al fruscio dell’erba.
Pur resistendo, pian piano, questo respiro, che si era fatto più profondo e più lento, l’aveva conquistato, irretito.
Roberto non ricordava. Forse non era stato sempre così, ma ormai era da tempo che c’aveva rinunciato.
E invece, adesso, tutto si confondeva.
Aveva il mare di fronte, e scaglie di sole che fanno socchiudere gli occhi. Girò lo sguardo per sfuggire alle lame di luce e la vide di nuovo. Emergeva gradualmente dal dosso di sabbia, filtrata dalla cortina tremolante dell’aria arsa dal sole di agosto: prima il grande cappello a tese larghe, poi i suoi occhi e i suoi lunghi capelli, entrambi di un nero intenso come la notte più buia, infine l’esile corpo di bambina. La vedeva ogni giorno arrivare più o meno alla stessa ora. Già si sentiva grande, Roberto, che l’anno prossimo avrebbe fatto ingresso alla scuola media. E lei, che aveva scoperto chiamarsi Antonella, aveva la sua stessa età.
Arrivava ogni giorno, poco dopo il padre, un uomo tagliato con l’accetta, occhi mediorientali, carnagione olivastra, grandi baffi, operaio a Torino, ma nato nel Sud, come gran parte di quella umanità.
Quando Roberto l’aveva vista arrivare la prima volta si era accorto che qualcosa di nuovo gli stava capitando: senti come un grande calore nelle viscere; e non era un malessere. Rimase tutto il giorno a guardarla, facendo finta di scrutare il mare. Tornò a casa, ché se lo vennero a prendere i genitori: gli avevano concesso una certa autonomia, essendo l’abitazione delle vacanze praticamente sulla spiaggia, ma si erano spaventati nel non vederlo tornare all’orario previsto. A casa si spaventarono di più: a cena non riuscì a mangiare niente e si mise sul letto. Era un letto a castello, sotto ci dormiva suo fratello. Ed erano abituati a giocare, fino a tardi, come fanno i maschietti, dandosi cuscinate e qualche volta battendosi, ché erano quasi coetanei. Quella sera, invece, restò immobile, nel suo secondo piano, a guardare il soffitto. Il fratello rinunciò, pensando che non stesse bene, e il padre e la madre cominciarono a preoccuparsi, quando capirono che non ci sarebbe stato bisogno della classica “sgridata” per mandare a letto i due ragazzi.
Ogni volta che i suoi occhi si chiudevano, Roberto vedeva Antonella, il suo cappello, i suoi occhi. Non vedeva l’ora di tornare sulla spiaggia, contava i secondi e all’alba scese saltando la scaletta e cominciò a girare per casa, come una mosca, fino a quando il padre pietosamente non gli permise di fare colazione e lo lasciò libero di andare in spiaggia.
Nei giorni che seguirono si limitò a guardarla, era troppo timido per un approccio.
Fu lei a prendere l’iniziativa. “Ci sono i girini in quel ruscello, ma da sola non ci vado. Ho paura. Mi ci accompagni tu? Li voglio vedere”. Roberto, che non se l’aspettava, lì per lì restò interdetto. Lei, sdegnata, fece per avviarsi da sola. Lui finalmente la raggiunse, di corsa. E andarono insieme, inoltrandosi nel canneto. E sulla riva, riparati dal sole e dagli sguardi degli adulti cominciarono a parlare: la scuola di lei a Torino e la sua a Milano, i compagni, i più bravi, quelli più antipatici. E a lei, che era considerata la prima della classe, i dispetti della concorrente più prossima, che era arrivata a strappargli il quaderno per impedirle di prendere il plauso dell’insegnante.
Fu in un giorno particolarmente caldo di metà agosto che, al canneto, Antonella scostò di lato il costume, per fargli vedere le escoriazioni causate dallo strofinio del tessuto sulla pelle, proprio all’inguine. Il gesto ingenuo e lento provocò in lui, e forse anche in lei, un turbamento mai provato prima. Sentì un piacere nuovo crescere dentro, violento e impacciato. La sera, sul letto, da solo ebbe il primo orgasmo.
Era lì, adesso, non sapeva come, ma era lì, sulla panchina di pietra del lungomare, seduto fianco a fianco a quegli occhi neri. Guardavano il sole tuffarsi nel mare, riempiendo il cielo di tutte le tonalità del rosso. La mano di lei scivolò nella sua mano, appoggiò la testa alla sua spalla e poi la girò. Così quasi naturalmente, senza sforzo, le loro labbra si congiunsero. E sentì un sapore struggente. Era lì, adesso, ce l’aveva in bocca, quel senso lontano di fragola da chewing gum.. Sapeva che sarebbe partita il giorno dopo, ancora una volta l’avrebbe persa, per sempre. E le lacrime vennero giù, di nuovo. Ora come allora
Si accorse di aver continuato a camminare a passo d’uomo quando sentì il suono arrabbiato del clacson di un’auto dietro di lui. Decise di fermarsi. Aveva completamente perso il senso di orientamento. “Ma che mi sta succedendo”, si chiese, smarrito, ma anche piacevolmente colpito da quei sussulti di memoria che pensava di aver cancellato definitivamente. C’era un’area di servizio, proprio lì avanti. Decise di fermarsi, di sciacquarsi un po’ la faccia, casomai di prendere un caffè. Poi avrebbe ripreso subito il viaggio, anche se in realtà non era tardi: incredibilmente era in perfetto orario, nonostante questo strano stordimento. Entrò nel piccolo bar, ordinò un caffè e chiese dove fossero i servizi. Fece scorrere l’acqua nel piccolo lavello e raccoltala con le mani giunte, la gettò con forza in faccia.
Riaprì gli occhi e nello specchio c’era lui, si, ma era il Roberto della gita al quinto anno del liceo. Lo aspettavano nel pullman e lei, Francesca, era venuto a chiamarlo. “Ti muovi, che siamo in ritardo e poi se la prendono con noi. C’è la prof che sta già dando i numeri”. Aprì la porta e, ridendo, lo prese per mano, quasi a trascinarlo. Roberto era innamorato di lei già dall’anno precedente, ma Francesca era fidanzata, con uno più grande. Si diceva in giro che lei ci avesse già fatto l’amore e che tra loro fosse una cosa seria. Ma sul pullman capitarono vicini, o forse lei “combinò” affinché capitassero vicini, perché conosceva bene la passione di Roberto e non le era affatto indifferente.
Entrarono di corsa nel veicolo, passando davanti all’insegnante e la scena rallentò. Vide, fotogramma per fotogramma, la professoressa che agitava l’indice puntato contro di loro e formulava, a voce alta, rimproveri incomprensibili, come da un registratore forzatamente rallentato. Presero posto e si tennero mano nella mano; poi tutto riprese al ritmo normale, l’autobus partì e le loro mani restarono incollate, come i loro occhi. La sera, ad Alassio, in albergo, Francesca organizzò un temporaneo sgombero dell’amica con cui condivideva la stanza. Per Roberto fu la prima volta: e lei gli insegnò a gustare il suo miele, a cercarlo senza ansia, con le dita, con la bocca, con la lingua, a succhiarle dolcemente i seni, a sussurrare parole nelle orecchie a cui lei rispondeva con gemiti di piacere. Non sapeva bene come fare, e lei lo guido nell’antro umido e caldo e il piacere inondò entrambi. Cinque giorni, quattro notti di paradiso.
Nell’autobus del ritorno Francesca andò a sedersi tra le sue amiche. Gli lasciò un biglietto, che lui stracciò subito, rabbiosamente, ma che restò marcato a fuoco nel suo cuore. “E’ stato bello, ma io sono d’un altro. Vorrei che quello che è successo restasse un nostro dolce segreto. Non ti dimenticherò mai, ma non possiamo continuare”.
“Il caffè, signore, si fa freddo”, disse la ragazza dietro al banco, e Roberto si ritrovò a fissarsi nello specchio e a far da sfondo alle bottiglie di liquori ordinatamente riposte sulle mensole di vetro. Sollevò la tazza e il liquido nero e amaro gli scivolò in gola. Non riusciva a capacitarsi di quello che gli stava capitando, di questi ricordi improvvisi, di questi sogni ad occhi aperti. Forse senza volerlo aveva assunto qualche sostanza stupefacente, o forse era quest’aria calda e sensuale. Decise di riprendere il viaggio, ma vide una sedia sgangherata, appoggiata con la spalliera al muro del bar, e pensò di fermarsi un attimo, di chiudere gli occhi qualche istante. “Poteva essere la stanchezza”, si disse, eppure di viaggi ben più pesanti ne aveva fatti. C’era sicuramente qualcosa che non andava. Avanzò sospettoso verso la sedia, e tirò fuori una sigaretta.
Cercò l’accendino in tasca, ma una mano gentile gli offrì da accendere: Marta usava sempre i fiammiferi, era un suo vezzo, e aveva in borsa sempre diverse scatole di quei vecchi legnetti da casa. Quando l’aveva lasciato, per un altro, un amico di Roberto, gli aveva confessato di non averlo mai amato. “Avrei dovuto rompere con te tanto tempo fa, ma non volevo ferirti”, gli disse a telefono. Lui si, l’aveva amata, e aveva coltivato la speranza segreta che quella intesa che, allo stesso tempo, era di sensibilità e di sesso, l’avrebbe condotta ad amarlo. Ma si era rivelata un’illusione. L’aveva amata, e aveva amato non tanto i suoi pregi, anche quelli: la sua intelligenza, la sua sensualità, la sua capacità di tenergli testa; ma soprattutto i suoi difetti. La sua durezza, i suoi capricci, la sua volubilità. Una storia intensa, tenera, cattiva, contraddittoria. Una storia finita. “E dai, non guardarmi così. Lo sai che ti voglio bene, ti ho sempre stimato. Sei stato importante per me, e non è vero che non ti abbia mai amato”. Marta adesso aveva negli occhi il sorriso intrigante di quando aveva voglia di fare l’amore, il che capitava spesso, quasi sempre. “No, Marta, non questa volta, questa volta voglio parlare” – le disse Roberto, guardandola con durezza, e sorprendendosi per il solo fatto di riuscire a farlo. “Non adesso” – gli rispose Marta. “Adesso ho voglia d’altro” E lo baciò, con ingordigia, rovistando con la punta della lingua il palato e i denti, e spingendolo verso il letto dell’albergo, sul lungomare di Francavilla, dov’erano scappati per un fine settimana.
La sedia inclinata pericolosamente scivolò di lato ma Roberto riuscì ad evitare che cadesse. Aveva ancora in bocca il sapore di fumo di Marta. Ma era sulla variante per Benevento e Marta era molto lontana, nello spazio e nel tempo. Guardò l’orologio e ringraziò il cielo che quello stordimento fosse durato pochi minuti o addirittura pochi secondi, quasi come se il tempo si fosse fermato per permettergli di ricordare senza creargli altri problemi. Ormai erano anni che viveva bene, bastando a se stesso, allontanando i dolori, conseguenza certa di quella emozione irrazionale e autodistruttiva che il mondo chiama amore. Amministrava bene il suo tempo, con moderazione ed efficienza, lasciando le briglia sciolte solo in quei fine settimana, rituali momenti di bagordi insoddisfacenti ma che riempivano quel senso di vuoto che ogni tanto gli serrava la gola. Marta non l’aveva vista più. Era stato difficile non pensare più a lei, ma l’allenamento duro della vita glielo aveva permesso. Aveva cancellato ogni sua traccia, ogni suo messaggio, ogni suo recapito. L’aveva considerata una deviazione, un errore, un caso avverso del destino e, fortunatamente, una storia chiusa. Tirò su il fiato e si alzò dalla sedia traballante.
