Si era di nuovo fatto buio. Roberto era stremato. Nello sforzo di liberarsi era riuscito a muovere solo la bocca e mordersi a sangue le labbra. Quando l’albero lo lasciò, cadde a terra sfinito e finalmente potè piangere. L’albero parlò di nuovo: “Non potevi fare niente, neanche farti uccidere. E’ successo 150 anni fa. Così è stata fatta quella che voi umani chiamate l’Italia. E così sono tutte le guerre che voi umani chiamate sacre, giuste, utili, e adesso anche progressiste e democratiche. Noi alberi vi conosciamo da quando siete scesi dai nostri rami e avete cominciato a costruire attrezzi. Insieme all’abilità delle mani avete acquisito il gusto di dare morte per il vostro piacere e per impossessarvi di ciò che gli altri esseri hanno. Insieme alla parola avete acquisito il gusto della tortura, del dare dolore. Avremmo dovuto distruggervi, quando ancora esisteva la magia nel mondo, per liberare questa terra dall’abominio mostruoso che voi rappresentate. Avremmo potuto un tempo, ma adesso è troppo tardi. Siete più forti di noi”
Roberto continuò a piangere. E fu dal velo liquido delle lacrime che vide avvicinarsi di nuovo gli occhi gialli, che cangiarono, incorniciandosi nel viso dell’ultima donna uccisa. Erano occhi che gli ricordavano i suoi amori, ma erano più profondi e teneri.
“Ti ho seguito da quando sei sceso dall’aereo – gli disse la donna, che ormai aveva acquistato una corporeità definita – e in un certo senso ti aspettavo”.
“Ma tu chi sei? – chiese Roberto – che ormai si era arreso all’assurdo di parlare con gli alberi, assistere ad avvenimenti di un remoto passato e vedere fantasmi.
“Io sono Lucia, ma anche Maria, Carmela, Margherita, Carolina. Non c’è in me una distinzione netta tra l’io ed il noi. Io sono le donne che i soldati del Regno d’Italia hanno torturato e ucciso in nome del tricolore”. La voce della donna, prima un sussurro, prese tono: “Ma sono anche una donna che si è innamorata, che ha dato dei figli ad un uomo, che lo ha visto morire e che ha visto quei bambini cadere sotto i colpi brutali delle baionette”. E la voce divenne quasi un urlo: ”Sono una donna che è morta vomitando sangue”.
Roberto taceva. Ma non aveva paura. Era solo terribilmente e immensamente triste e aveva voglia di piangere. “E adesso hai deciso di vendicarti?”
“Ti ho seguito appena sei sceso dall’aereo – spiegò la donna – perché mi incuriosivi. Avevi tutt’intorno una corazza che sembrava d’acciaio, quelle convinzioni sul senso della vita, sul tempo, sull’amore. Ma Noi abbiamo la possibilità di vedere oltre le corazze che usate voi uomini. Non voglio vendicarmi. Io ho bisogno di te, Noi abbiamo bisogno di te”.
Si avvicinò a Roberto e gli prese la mano. Erano mani calde, forti quelle della donna. Lei lo abbracciò e lo lasciò piangere, e ad ogni singhiozzo fu una carezza. E l’erba silente si mise a cantare, e le ombre degli alberi a danzare. E tutto il mondo sembrò volerlo consolare di quel dolore, che era suo ed era di tanti. E così restò, e lentamente si stesero a terra, e lei guidò la testa di lui sulle sue gambe. La quiete li conquistò e il tempo sembrò fermarsi. Sentì piano sciogliersi i nodi dolorosi dentro di lui.
Si rialzarono, una di fronte all’altro.
Sotto la tunica di lei si indovinavano forme armoniche e, un po’, Roberto si vergognò di provare una tale profana attrazione verso quella donna irreale, probabilmente effetto di uno stato allucinatorio, o, addirittura, un fantasma. Lei intuì quel disagio, gli si avvicinò ancora di più, e quasi i seni arrivarono a sfiorare il torace dell’uomo. E gli parlò.
“Noi difendevamo la nostra terra, e quel re che ci concedeva i boschi per la legna e i prati per i pascoli, senza imporre staccionate, perché i boschi e i prati erano di tutti. Diventammo briganti, e io stessa ho sparato contro gli invasori. Difendevamo il nostro modo di vivere e di amare. Mi piaceva che il tempo piccolo, di ogni giorno, fosse misurato dai rintocchi delle campane e quello grande dall’inclinazione del sole, dalla luna, dalle feste”.
“Ma altri stanno raccontando di questo, ristabilendo la verità di una guerra di conquista mascherata da processo unitario. Altri stanno dimostrando come il meridione sia diventato “arretrato” e “improduttivo” a seguito del violento ed enorme esproprio di risorse, civiltà e cultura praticato dagli invasori. Non è questo che vorremmo chiederti”, disse la donna.
“Ho preso la bocca, gli occhi, il viso, il corpo di una donna che tu avresti potuto amare”, gli disse, “non per ingannarti, ma per avvicinarmi al tuo cuore e poterti parlare”. E lui le sorrise, come se quella non fosse la cosa più assurda, come se stesse sognando e non volesse smettere. Le prese le mani e, giunte, le porto alla sua bocca. Si avvicinarono, si strinsero, mentre il vento si alzava leggero, regalando fruscii di foglie e stormire di rami, come una fresca melodia. E lui la baciò, con la tenerezza di una prima volta. E sentì la storia scorrere nelle sue vene: cavalieri oscuri su destrieri evanescenti con le armi della fame e dell’oppressione, e poi colonne di persone con valigie legate di poveri spaghi, e guerre, partenze, e sempre meno ritorni. E una sete secolare d’acqua e d’amore, e i riti antichi dell’accoglienza e il cattivo stritolare, nei ritmi industriali, della poesia di questa terra circondata dal mare. Gli occhi di lei diventarono specchi di notte, i suoi seni colline. E lui volò alto, come un falco di montagna, su quella terra devastata eppure stupenda, e di roghi e di laghi e di mare. E lei era donna, e terra, e acqua. E lui attraversò vallate e caverne, e ricordi, e sorrisi. E poi più giù, fino a sfiorare sassi e a fermarsi, avido, a cercare il nettare di lei, a respirarne il suo odore dolce, a sentire sulla schiena fremiti di vento al passare lieve di carezze. E i capelli di lei si intrecciarono con i suoi e non ci fu più tregua. Un turbinio di foglie, un temporale d’estate, dolce, violento, sempre più forte, senza riposo. E, d’un tratto, un urlo più forte del vento e il pervadere potente del piacere in tutta l’anima, e un mondo tutto nuovo, da lasciarsi andare.
Poi, silenzio.
Il tempo passò morbido di foglie e li lasciò dormire.
Era svenuto? Non lo sapeva. Ma adesso aveva gli occhi aperti. Lei o Loro, chissà?, lo guardavano. Sullo sfondo di nuovo la nuvola vermiglia e minacciosa che tornava. E un vento lieve che muoveva le foglie cadute sul prato.
“Siamo morte con l’odore dell’odio in bocca e abbiamo attraversato questo tempo potendo guardare come il nostro sangue sia stato olio negli ingranaggi della storia. E come sia indifferente alla natura, e alla storia, il dolore delle persone. Vorremmo adesso andare via, lasciare questo tempio di morte, disperderci e tornare ad essere vento e terra, pioggia e mare. Ma per farlo era necessario che le nostre bocche si riaprissero all’amore, che l’orrendo sapore del dolore inenarrabile di corpi feriti da mani che hanno già straziato i tuoi figli, quel sapore che il tempo ha trasformato in ricordo, in sapienza e capacità di giudizio, faccia l’ultimo passo e riprenda il cammino, tornando ad essere profumo d’amore”.
“Noi vogliamo che tu racconti non della nostra storia, degli avvenimenti, né che analizzi i processi. Ma solo che metta insieme parole per dire di questo amore. Che tu hai vissuto come lo vivono gli uomini e io, noi, come è possibile viverlo essendo donne, ma anche terra e storia, e popolo. Di come l’amore sia condizione di fondo dello svolgere della vicenda umana. Di come questa terra lenta e dolce, di colline e di mare, sia colma d’amore, di come queste nostre genti sappiano amare. Così parlerai della nostra lentezza, della nostra bellezza. Così noi saremo libere, e ti ameremo per sempre”.
Roberto sorrideva. Aveva già deciso cosa avrebbe fatto.
Guardò lei con occhi da innamorato. E non amava solo lei, ma, ormai, il mondo che ella rappresentava.
Le voltò le spalle perché l’addio non fosse lento, nell’illusione, così, di provare meno dolore.
L’auto era parcheggiata ancora nello spiazzo erboso. Prese dal bagagliaio la borsa con il personal computer, lo aprì e scrisse di getto la relazione. Con un linguaggio secco e rapido sconsigliò qualsiasi tipo di insediamento in quell’area. E sentii subito il frusciare lento delle foglie tra i grandi alberi, quasi un lento sorriso, o forse un sospiro soddisfatto. Chiuse il file e lo spedì.
Poi si girò verso la radura boscosa e le sue dita ricominciarono a picchiettare sulla tastiera.
Avrebbe raccontato di quell’amore, come aveva chiesto Lei, come chiedevano Loro. Dell’aria densa di storia e di passioni che si respirava su quelle colline. E di quella lentezza che l’aveva conquistato e che non l’avrebbe più lasciato. Non si sarebbe più fatto sommergere dal ritmo metropolitano di una vita senza senso. Quando tutto si fosse messo a correre, lui, adesso, sapeva di poter tornare li, accovacciarsi sotto l’albero grande ed aspettare che il mondo rallentasse.
Aveva capito cos’era l’amore.
E sapeva, finalmente, che poteva amare.
