(dodici aprile duemiladieci)
Ero stanco, e la gamba mi faceva ancora male. Ma decisi di partire lo stesso.
Mi sentivo in ritardo, ma non sapevo rispetto a che, visto che non avevo tabelle di marcia.
La giornata era ansiosa di sole ma il cielo restava corrugato come la fronte dell’ uomo che discuteva animatamente dall’altro lato della strada.
Aveva gli occhi lucidi e tristi.
Arrivai al borgo nel primo pomeriggio e subito mi sorpresero il cancello e le luci accese nell’alberghetto dal nome altisonante, che da anni avevo visto chiuso, e che ritenevo fosse chiuso per sempre.
Entrai d’istinto, convinto a fermarmi.
Presi senza discutere una stanza, lasciai i pochi bagagli e mi avviai subito verso la spiaggia.
C’era un anticipo d’estate nell’aria che quasi potevi immaginare i giochi urlati dei bambini e la musica dei lidi, e gli sguardi incrociati dei ragazzi, i corpi abbronzati, la luce intensa e la sabbia rovente.
Ma potevi, appunto, solo immaginare.
Tutto era fermo, invece, come in attesa, come un attimo prima dei regali di natale, come un uomo che aspetta il suo amore.
Al centro della marina e dei miei ricordi, c’era lo “stabilimento”.
Era ancora lì, ancora chiuso.
Quando arrivai la prima volta era gestito da una coppia di persone asciutte, perennemente abbronzate, attive, pronte ad accoglierti con un sorriso da commerciante, gli occhi stretti e una leggera asimmetria delle labbra, a sottolinearne la bonaria e scoperta strumentalità.
Passai lì avanti anche quel pomeriggio e c’erano loro.
Lei era diventata grande fino a strabordare dalla poltrona a sdraio che a stento la sosteneva.
Lui invece si era rimpicciolito: quasi filiforme, il naso e gli occhi sporgevano come una maschera scolpita dal vento.
Giaceva sprofondato su una sedia che sembrava, per contrasto, enorme.
Mi salutarono con il calore interessato di sempre, ed io risposi, tirando fuori un sorriso di circostanza, che avevo riposto in tasca.
E tirai avanti.
Vennero incontro, lungo il viale, mano nella mano i suonatori di fisarmonica.
Anch’essi mi salutarono.
Lei mi parve più triste dell’ultima volta che l’avevo vista volteggiare nelle braccia smagrite e ossute del suo amore.
Aveva i capelli folti, ormai bianchi, lunghi come li aveva sempre portati.
Lui aveva il solito sorriso dolce, che si affacciava da un nugolo di rughe attorno agli occhi.
Presero a parlare, incuranti della mia fretta, ridendo nel ricordare di quando mi avevano costretto a far ballare mia madre. E mi annunciarono che la sera, sul corso principale, avrebbero tenuto il loro spettacolo per i bambini.
Mi fecero vedere le fotografie dell’ultimo anno, degli spettacoli di agosto, in un album di cartoncino nero e pelle che sapeva d’antico.
Nelle ultime pagine, la sorpresa: un bacio, un bacio tra di loro, di quando erano giovani, appena fidanzati. Una vecchia fotografia ingiallita che solo da poco si erano convinti a mostrare: lei, con le sopracciglia alzate a sottolineare l’orgoglio; e lui, con i capelli lucenti di brillantina e ribelli e lunghi e lo sguardo di passione e di tenerezza. Li salutai e proseguii nella direzione opposta alla loro. Mi girai un attimo, sentii che dovevo farlo. E li vidi che continuavano a tenersi per mano camminando verso il tempo andato.
Rimasi a guardare lo scintillio delle scaglie di mare nel pomeriggio che andava, il ritmo indifferente delle onde. E ad aspettare che anche l’ultimo passante andasse via, che scendesse la notte e che l’acqua diventasse nera.
Perché dovevo esser solo per immergermi nella distesa liquida dei ricordi e per ascoltare il senso vero della ballata
lenta della risacca.
Questa marina la conoscevo da troppo tempo. Avevo giocato li a costruire castelli di sabbia, e avevo poi conosciuto l’emozione di baci umidi e febbricitanti.
C’ero tornato già grande con le donne che avevo amato e con i miei bambini, ancora teneri fagotti da tenere in braccio.
E adesso ci tornavo solo, con il sorriso di chi non ha più sorrisi.
Quella sera volevo essere lì.
Per salutare quel mare.
E il mondo che restava.
Lontano luci di barche come stelle di mare che la notte non spegne.
Non so se fu il freddo dell’acqua o la lama affilata della nostalgia a farmi rabbrividire.
Poi piano andai verso l’orizzonte.
Senza sforzo, aspettando che il mare capisse.
Così finì la notte.
E tutto il resto.
