(venti gennaio millenovecentottantaquattro)
Cominciai a camminare per quelle strade che conoscevo a memoria: tutto mi sembrava cambiato quel tanto che bastava a farmelo pensare uguale. Mi diressi a passo svelto verso l’angolo della piazza dove m’incontravo con gli amici. C’era molta gente, ma non mi sembrava di riconoscere nessuno.
Poi arrivarono, quasi in processione, e più si avvicinavano più non capivo.
Erano loro, i miei amici, eppure erano strani, incanutiti, con gli occhi persi in nidi di rughe ed il passo stanco e strascicato. Si avvicinarono distratti. Poi prima uno, poi un altro, poi un altro ancora mi riconobbero e si fecero attorno, e mi strinsero di abbracci e di domande. Il sorriso d’obbligo mi spaccava la faccia, e dentro ero sempre più confuso.
Ieri ero un uomo di mezza età, che finalmente aveva chiuso i conti con i compromessi della vita. Ero tornato per rivedere lei, i cui occhi avevo incrociato per caso e per poco e quel caso e quel poco m’eran bastati per non poterne fare più a meno. Eppure avevo messo avanti la prudenza, il rispetto per chi mi amava, il dovere.
Certo, erano passati giorni, mesi, forse anni: ma io ero certo di essere ancora in tempo e non riuscivo più a vivere di rimorsi e di rimpianti. Lasciai i miei amici con una scusa e andai verso la stazione, a prendere il primo treno per raggiungerla. Così arrivai presto nella sua città e raggiunsi la strada dove lei abitava. Prima di entrare decisi di passare al bar proprio di fronte al suo portone a prendere un caffè, per farmi forza e superare l’emozione.
E così mi vidi, nello specchio tra le bottiglie di whisky e gli amari. Pochi radi capelli bianchi e un tessuto rattrappito di pelle spaccata tenuta insieme da cuciture d’un sarto maligno.
E così la vidi, nello specchio.
Anche lei invecchiata e bellissima. Era con un uomo e camminava mano nella mano.
Pensai di aver sprecato la mia vita. Mi balenò la speranza che fosse un incubo e per svegliarmi andai in bagno a sciacquarmi la faccia. Chiusi la porta e provai ad accendere la luce. Ma non c’era l’interruttore, e tutt’intorno le cose svanirono piano in una notte indefinita. Capii.
L’ultima cosa che sentii furono le lacrime calde che scendevano lungo i solchi scavati dal tempo sulla mia faccia.
E per sorridere dentro, sognai che fossero le lacrime del suo saluto.
