La sigaretta ballava sulle labbra al ritmo lento del dondolio dell’auto.
Era spenta: l’accendisigari della vettura non aveva mai funzionato e l’unico accendino che avevo era maledettamente scarico.
Continuavo ad andare dritto sulla strada buia e deserta con il motore a minimo. “Forse trovo un bar aperto”, mentii spudoratamente alla logica.
Era tardi, troppo tardi per sperare.
Sul cruscotto il display della radio che gracchiava musica indecifrabile confermava la mia disperazione: erano passate le due di notte. Andai comunque avanti, (e del resto che alternativa avevo?).
Improvvisamente dietro una curva apparvero le luci di un piccolo paese abbarbicato alla collina. Svoltai pigramente in quella direzione.
Un altro giro, un’altra corsa: la mia vita ruotava intorno al vuoto. Ero solo di giorno, in mezzo ad un nugolo di relazioni, incontri, impegni. Di nuovo ero solo di notte. Ma di notte era tutto più vero. La luce smorzava i toni dell’assenza di senso: le chiacchiere al lavoro, gli impegni della politica, le cene con gli amici se da un lato mi sembravano faticosamente inutili rendevano meno netti i contorni della situazione. Con l’avanzare della notte il chiaroscuro lasciava invece spazio a scenari lunari e tutto diventava bianco o nero, senza penombra.
La mia sigaretta restava cocciutamente spenta.
Lungo la stradina imboccata in direzione del paese, sulla destra, pochi metri prima di un semaforo che lampeggiava stancamente, c’era un distributore di carburante automatico.
Ci passai davanti. Ma con la coda dell’occhio vidi un’auto in sosta e un tizio intento a litigare con l’erogatore della benzina. Brillava tra le mani l’affascinante luce rossa di una sigaretta accesa. Frenai, innestai la retromarcia ed entrai nell’area del distributore. Il rumore dei pneumatici bloccati bruscamente e poi lo stridio della retromarcia attirarono l’attenzione dell’uomo.
Cercai di ammorbidire la manovra per evitare di spaventarlo: a quell’ora di notte, in quel luogo isolato sarebbe stato abbastanza normale avere paura.
“Mi scusi, ha da accendere?” chiesi, con un tono quasi di supplica, indicando contemporaneamente la sigaretta spenta che penzolava tra le mie labbra. Si avvicinò e senza guardarmi negli occhi, senza dire una parola, mi allungò l’accendino. Sul viso una smorfia che non era di spavento. “Grazie” gli dissi e accesi finalmente quella stramaledetta sigaretta che cominciò a consumarsi velocemente, con la combustione alimentata dall’avido aspirare dopo tanta attesa.
Feci per restituirgli l’accendino, ma lui lo rifiutò e con una gentilezza inaspettata mi disse: “lo tenga lei, a me non serve”. La sua voce era dolce, musicale, ma gli occhi erano costantemente bassi. “Ne ho altri in macchina” disse come per spiegarmi.
Incoraggiato dal gesto cordiale presi ad indagare: “Problemi con l’erogatore?” gli chiesi, per attaccare bottone.
“Sì, non riesco ad inserire la banconota nella macchinetta” e mi mostrò un biglietto da 10 euro sdrucito e consumato. “E’ l’unico che ho” mi disse subito, prevenendo la domanda.
“Proviamo con un banconota mia” gli proposi, scendendo dall’auto. Lui annuì, ringraziandomi con un cenno, e mi consegnò il biglietto spiegazzato, ancora senza guardarmi negli occhi.
La macchina ingoiò senza resistenza la banconota nuova e la pompa dell’erogatore si mise allegramente all’opera.
“Sono fermo da quasi un’ora. Ero rimasto completamente a secco. Ho finito benzina e sigarette”. “Ne vuole una?” chiesi prontamente io, tirando fuori dalla tasca dell’impermeabile il pacchetto. “Grazie” fece lui e finalmente alzò gli occhi e ci guardammo.
La barba incolta, i capelli umidi … aveva una faccia conosciuta ed una età indefinita. Ma quello che mi ferì profondamente furono i suoi occhi. Mi sembrò di precipitare in una profonda fossa di tristezza. Era quasi fisica quella sensazione, come un capogiro davanti ad un baratro, un precipitare lento di un sasso in un vecchio pozzo d’acqua esaurito e abbandonato. Mi ci ritrovai dentro, immerso in una sensazione di solitudine enorme, insopportabile.
D’improvviso immagini terribili di abbandono, di una vita senza nessuno, incredibilmente misera. Dovetti abbassare lo sguardo, non lo reggevo. Fu una frazione di secondo, ma mi sembrò fosse passata una eternità.
Mi restituì il pacchetto di sigarette e mi diede la mano, per salutarmi. Ci congedammo così, con un tocco appena accennato. Senza altre parole e senza guardarci negli occhi.
Risalii in auto e accesi il motore con una voglia disperata di andare via, lontano da quella desolazione.
Ripresi la strada, con un andamento più sostenuto in direzione del paese. Così arrivai in quella che doveva essere la piazza centrale del paese e mi fermai, rilassandomi sul sediolino e accendendo l’ennesima sigaretta con l’accendino recuperato.
C’ero ancora dentro, in quel vuoto terribile e assoluto disegnato dai suoi occhi. Ci giravo intorno, pensando a come doveva essere disperante la sua condizione per riflettere nel cristallino quella tristezza così grande. Anch’io avevo il mio vuoto, ma dentro nuotava la speranza e attorno ad essa la possibilità di lasciare i confini della disperazione. In quegli occhi c’era invece il nulla assoluto, come se tutte le mediazioni fossero saltate.
Sarà stata la voglia di scacciare quel dolore profondo che quello sguardo mi aveva inflitto, sarà stata più banalmente la stanchezza, credo di essermi addormentato forse per un attimo, forse per qualche ora. Mi risvegliai di colpo.
La luce arancione di un faro confermava che era ancora notte. Riaccesi il motore e ripresi stancamente a camminare, rifacendo a ritroso la strada percorsa. Passai davanti al distributore adesso deserto, rallentando quasi stupito di non ritrovare l’uomo di prima. Poco più avanti, dopo una curva, i lampeggianti di una macchina della polizia e di una autoambulanza illuminavano a intermittenza gli alberi al margine della strada. Come un pugno nello stomaco, come un presentimento di morte.
C’era la sua macchina parcheggiata, un tubo di gomma usciva dalla marmitta e finiva nel finestrino di dietro. Mi fermai. L’agente mi fece segno di proseguire ma senza alcun risultato. Allora mi venne incontro con fare sbrigativo e un po’ arrogante. “Sgomberare, subito. Si allontani” mi intimò, ma le sue parole mi scivolarono addosso. Guardavo ipnotizzato l’automobile, il tubo, il finestrino sfondato con un sasso. Lui non c’era. Accostai e uscii dall’abitacolo della mia vettura senza rispondere alle proteste sempre più violente dell’agente. Gli dissi con un filo di voce “Lo conoscevo” e portai le mie mani giunte alla bocca. L’agente si zittì, poi con voce più calma mi disse “Mi dispiace, ma faccia presto. Purtroppo non c’è più niente da fare. Stiamo aspettando il medico legale”. E senza che gli avessi chiesto niente, come se avesse bisogno di parlare raccontò: “L’abbiamo trovato riverso sul sedile posteriore vicino al finestrino, proprio dove c’era il tubo di gomma. L’abitacolo era saturo di gas di scarico. Abbiamo rotto il finestrino con un sasso e spento il motore, l’abbiamo tirato fuori… ma non c’era più niente da fare. L’autoambulanza è arrivata pochi minuti dopo, ma il medico di bordo, dopo aver tentato ripetutamente di rianimarlo, non ha potuto far altro che constatarne la morte”. Non dissi niente. Presi a cercare nella tasca dell’impermeabile la vecchia banconota. Ringraziai con un cenno della testa l’agente e lo rassicurai. “Vado via subito”, ma rimasi fermo non so per quanto tempo ipnotizzato dai lampeggianti e da quei 10 euro che avevo in mano.
Tornai indietro verso la mia automobile, riaccesi il motore, poi i fari e ripartii lentamente. Non sapevo dove la strada mi avrebbe portato. Non riuscivo a piangere. Di fronte a me c’era un bivio. Scelsi la direzione che piegava a sud verso il mare. Sempre a minimo, con un vuoto totale nella testa proseguii fino a trovarmi di fronte ad una spiaggia.
Aprii il finestrino. Fuori era freddo. Restai lì quasi sulla sabbia ad aspettare l’alba e a fumare una dopo l’altra le sigarette che restavano.
Poi sulla spiaggia lo vidi arrivare.
Aveva in mano una sigaretta spenta.
Mi vide nella macchina e si avvicinò.
Scesi incuriosito e gli andai incontro.
Era lui, aveva la faccia bianca, stravolta dalla morte.
Mi chiese di accendere e lo guardai negli occhi.
Solo allora mi accorsi che quell’uomo ero io.
Mi voltai, e non c’era più la macchina.
Non c’era più niente.
Solo a terra un accendino.
