Ero a Roma in uno splendido pomeriggio di primavera, e giravo nelle strade di San Lorenzo che avevo conosciuto 30 anni prima. Mi sentivo bene: respiravo un’aria leggera e quando rividi il baretto non ebbi esitazioni. Mi precipitai su una sedia libera e restai a godere un annuncio di tramonto così bello che, quasi quasi, l’avrei applaudito. C’era il comitato politico nazionale del partito e mi ero imboscato. Non ce la facevo, mi sentivo solo ospite: l’aria dentro era irrespirabile e preferivo le strade, il caffè e quel profumo dolce d’ozio che mi riempiva i polmoni.
Sul tavolino al quale ero seduto, sotto un giornale di annunci gratuiti, c’era un foglio piegato in quattro. Non avevo niente da fare e poi mi porto appresso una insopprimibile curiosità. Aprii il foglio e quello che lessi mi colpì come un pugno nello stomaco: il sole, già rosso, sembrò comprendere lo stato d’animo e cercò di coprirsi con qualche straccio di nuvola. Tutto divenne improvvisamente più cupo, pure il chiacchiericcio ai tavoli di fianco sembrò rallentare, assumendo un tono basso e deformato, come di registratore frenato. Apophis.
L’avevano chiamato così dal nome greco del dio dell’Antico Egitto: “il Distruttore”, che dimora nelle oscurità eterne del Duat, il mondo sotterraneo e tenta di distruggere il sole nel suo ciclico passaggio notturno. Il nome era in evidenza a fianco alla notizia che un ragazzino europeo aveva dimostrato che i calcoli rassicuranti della NASA erano sbagliati. La probabilità d’impatto stimata per il venerdì 13 aprile 2029 restava effettivamente estremamente bassa: l’asteroide, perché di questo si trattava, sarebbe però passato ad una distanza estremamente ravvicinata, tale da raggiungere una magnitudine 3,3 e da essere individuato ad occhio nudo senza difficoltà in Europa, Africa e Asia occidentale. Ma proprio la vicinanza, leggevo, avrebbe determinato l’alterazione dell’orbita di questa patata rocciosa di 400 metri di lunghezza e 300 di altezza, così da portarlo in risonanza orbitale con la Terra. Secondo l’ex astronauta Rusty Schweickart, presidente dell’autorevole Fondazione B612, la minaccia che Apophis colpisca la Terra al successivo incontro ravvicinato, domenica 13 aprile 2036, giorno di Pasqua, è diventata così concreta che le Nazioni Unite stanno per assumere il coordinamento di una missione spaziale internazionale basata sul progetto innovativo di un «trattore gravitazionale» per deviare il corpo ed evitare il possibile impatto con il nostro pianeta. Una missione estremamente costosa, che imporrebbe di dedicare parte delle risorse economiche e intellettuali mondiali allo scopo. E se non lo facessero, se non ci riuscissero? L’impatto sarebbe devastante, con una forza pari a 65 mila volte la bomba atomica sganciata dal B 29 Enola Gay su Hiroshima. In base all’ora prevista, circa le 21,20 (orario italiano) della sera di quella domenica di Pasqua, ed al fatto che l’asteroide si avvicinerà alla Terra dall’esterno della sua orbita, la collisione dovrebbe riguardare l’emisfero orientale, probabilmente l’Atlantico, causando onde tsunami enormi, uccidendo milioni di persone. Ma sarebbe altrettanto disastroso se colpisse la terraferma, aumentando peraltro la probabilità degli effetti duraturi, quali ad esempio, l’inverno “da impatto”.
Ho pensato: “nel 2036 avrò già 75 anni, non so manco se c’arrivo”. Poi il ghiaccio mi è salito dallo stomaco alla gola. “E i miei figli? la mia compagna? i miei amici? e il mondo, l’umanità che conosco come uscirà da un disastro di simili proporzioni?”. Cominciai a pensare alle mutazioni antropologiche che potevano determinarsi, a quello che sarebbe successo negli anni e nei giorni prima dell’impatto, all’ansia di morte che avrebbe pervaso ogni attività umana…
Capii che non mi conveniva più stare da solo in quel bar, il sole era quasi scomparso e si era alzato un vento ostile.
Avevo bisogno di tornare “dai miei”.
E appena arrivai andai a salutare con affetto un compagno “avversario”, che stava animatamente discutendo dei “grandi” problemi che riguardano il nostro partito.
Mi guardò sorpreso, ma ricambiò l’abbraccio.
