Cominciò a fare caldo presto. Già all’inizio di maggio tirava un vento di scirocco che era un piacere indossare le magliette a maniche corte e tirare fuori i pantaloni di cotone. Avevo un jeans bianco che mi piaceva molto e che indossavo sopra delle scarpe basse e chiare da ginnastica. I pomeriggi, dopo aver studiato, ci vedevamo nel locale di don Gaetano: una colletta, il rito dell’acquisto dei gettoni, uguali a quelli del telefono pubblico, l’agognata partita a calcio balilla e poi, sul muretto, i sogni di ragazzo. Andare in vacanza da soli era la grande speranza. Ci pensavamo continuamente, rappresentava una conquista vera, ed anche una vendetta. Sì, una vendetta: guardavamo con invidia chi aveva il motorino e lo sfoggiava rombando ad ammonimento della propria superiorità e, masticando amaro, pensavano a quando avremmo potuto ripagare quella sfrontata esibizione muscolare con la prova della nostra indipendenza. Ma non c’erano soldi: io e Carlo avevamo entrambi genitori che non si potevano permettere di regalarci somme adeguate: e peraltro, se pure avessero potuto, non l’avrebbero mai fatto, per la scarsa considerazione che avevano dell’importanza delle vacanze: ogni discussione sulla questione finiva puntualmente con la riaffermazione del potere irragionevole e indisponibile dei genitori sui figli.
Per questo decidemmo, finita la scuola, di andare a lavorare in campagna. Raccogliere patate e trasportarle in sacchi sui trattori che lentamente attraversavano i campi, ci sembrava un bel modo di racimolare i soldi necessari alla realizzazione del nostro sogno. Se non avessimo avuto il permesso, saremmo scappati. Ad ogni costo, pensavamo e con ogni mezzo possibile, rifacendo il verso a ben altre profondità di pensiero.
In verità l’avventura cominciò assai male. Partimmo all’alba in un furgone del “caporale” che ci aveva ingaggiato e arrivammo in una fattoria, in un paese discretamente distante dal nostro, dove una ex stalla era stata adibita a dormitorio per i braccianti. Sarebbe stato quello il nostro rifugio per le prossime due settimane. Sistemati i bagagli andammo subito nei campi e cominciammo. Dopo il primo giorno passato sotto il sole a estrarre tuberi dalla terra, camminavamo, se così si può descrivere il penoso trascinamento dei piedi, piegati in due. Anche il semplice farsi la doccia era una impresa dolorosissima. E non riuscimmo a dormire. I muscoli protestavano e il tentativo di riposo si trasformò in un continuo rigirarsi alla ricerca di una inesistente posizione che mettesse fine alle sofferenze. Non fu meglio nei giorni immediatamente successivi. Carlo era più veloce di me ed anche più forte, ed io ero costretto a seguire il suo ritmo dal grido incessante del guardiano. Non fu meglio neanche quando, vista la buona volontà ma la scarsa forza fisica soprattutto per il sollevamento dei sacchi, ci trasferirono in un campo di pomodori. Le mani la sera bruciavano e la stanchezza era la stessa. In compenso mangiavamo a sbafo le colazioni fornite dal padrone che erano una squisitezza unica, fatte con il pane prodotto dai forni a legna della fattoria che ci ospitava, peperoni, zucchine, melanzane e olio d’oliva che colava sulle dita piene di terra: leccarlo così era un piacere che non ho provato più. In quel periodo capitò anche che si svolgessero di sabato i festeggiamenti del patrono del paese e avemmo mezza giornata libera. Fu una serata che ricorderò sempre: appoggiati al muro con le mani in tasca e qualche sigaretta recuperata, vedevamo le ragazze del paese “sfilare”, vestite con l’eleganza eccessiva dei giorni di festa ed eravamo felici. I pomodori finirono e ci pagarono, meno del previsto. Ciò nonostante ci sentivamo ricchi: era più di quanto avevamo mai avuto a disposizione. Tornammo a casa distrutti ed euforici.
Nei giorni seguenti l’unica nostra preoccupazione era programmare il viaggio. Il primo problema, quello dell’assenso dei genitori, lo superammo entrambi con meno difficoltà di quello che avevamo pensato. Andammo a Napoli a comprare gli zaini, i sacchi a pelo e la tenda canadese che sarebbe diventata, nei nostri progetti, la casa delle vacanze. E poi comprammo una cartina stradale che costituiva la nostra mappa del tesoro. Si avvicinava il gran giorno ed eravamo emozionati. Saremmo partiti in autostop verso il Cilento, destinazione finale Palinuro, con tappa intermedia a Marina di Ascea.
Con il primo passaggio di un simpatico anziano e distinto signore, in una Fiat Millecento immacolata, raggiungemmo il casello autostradale. Lì cominciammo a chiedere agli autisti, che rallentavano per imboccare il casello, chi andasse nella direzione di Salerno e fosse disponibile a darci un passaggio. Il sole di luglio picchiava duro e i minuti passavano uno dopo l’altro infruttuosamente. Molti non ci rispondevano proprio, altri negavano ogni possibilità. Poi ad un tratto ben due automobili si fermarono. La prima di queste era una Giulietta ridotta abbastanza male. Salimmo al volo. Il conducente era in canottiera, ciabatte e calzini, barba ispida di qualche giorno e abbondante sudore con corredo di forti odori che appestavano l’intero abitacolo. Ormai eravamo dentro e guardavamo con po’ di rimpianto l’altra macchina che si era fermata subito dopo, un Maggiolino decisamente messo meglio della Giulietta e probabilmente anche con un abitacolo più pulito. Ma ormai c’eravamo e non si poteva più tornare indietro.
Così partimmo.
L’uomo in canottiera parlava pochissimo, a monosillabi e fumava incessantemente. Decise di fermarsi dopo meno di mezz’ora in una area di servizio. Carlo, che l’aveva trattenuta fino a quel momento, corse alla toilette a fare la pipì. Io rimasi nei pressi dell’auto, per vigilare sui bagagli mentre il nostro ospite si avviò al bar. Tornarono entrambi presto e quasi contemporaneamente e riprendemmo senza troppe parole il viaggio. La Gulietta andava veloce lungo il nastro d’asfalto e la mia euforia era alle stelle. Non sapevo ancora quello che mi aspettava. D’improvviso Carlo cominciò a rovistare freneticamente nelle tasche posteriori dei jeans e poi disperatamente nella sacca. Un dubbio atroce mi colse e mi paralizzò. Non riuscii neanche a dire ciò che sospettavo. Puntuale arrivò la conferma. Con un sorriso ebete si voltò verso di me e pronunciò la fatidica frase “Penso di aver perso il portafogli”. La conferma fu decisamente più atroce del sospetto. Tutti i soldi che avevamo, tranne pochi spiccioli, erano in quel portafoglio e l’imbecille l’aveva perso: “Forse nel bagno dell’area di servizio. Adesso ci torniamo”. Il tizio al volante grugnì e poi ridendo esplicitò il suo pensiero “Ma che cazzo torniamo. Non posso mica fare retromarcia e poi un portafoglio con i soldi dentro chi cazzo vuoi che te lo restituisca!” condendo le poche parole con numerosi ulteriori francesismi irripetibili. E aveva ragione. Peraltro nel portafoglio c’erano solo soldi, neanche un documento di riconoscimento. “Anche se lo trovasse una persona di grande generosità, a chi lo dovrebbe restituire?”. Piombai in un silenzio gelido e guardai Carlo, imponendogli mentalmente di cancellare la smorfia che continuava a sfoggiare sul viso. All’euforia calda era subentrata una tetra e gelida disperazione che faceva a cazzotti con la canicola che, nonostante i finestrini aperti, colpiva come un martello.
“Vi lascio qui” disse il conducente, decisamente maleducato, subito dopo aver imboccato l’uscita di Battipaglia. Lo ringraziammo e scendemmo con la morte nel cuore, esposti al sole terribile del primo pomeriggio.”E adesso?” chiesi a Carlo, cercando di guardarlo negli occhi che ostinatamente teneva bassi. “Adesso non possiamo fare altro che tornare a casa, disse Carlo con le lacrime agli occhi”. Io ingoiai la risposta con un groppo alla gola. Restammo lì fermi a guardare le automobili passare. Sentivo salire la rabbia e poi pensavo al senso di sconfitta amara. Tornare indietro significava arrendersi, mollare. Ripresentarsi a casa e sostenere lo sguardo dei genitori, i “te l’avevo detto”, o ancora i “i soldi li potevi usare per qualcosa di utile”. E poi si sarebbe saputo subito nel giro degli amici. Sai quanti sghignazzi o, nel migliore dei casi, quanta commiserazione avremmo dovuto sopportare. “Non voglio tornare subito. Ci arrangeremo. Almeno proviamoci”. Carlo non era convinto. “Ma come diavolo facciamo a mangiare, a dormire. Dove andiamo?”. Mi giravano in testa poche idee, e tutte strambe. Afferrai la prima. Scendemmo verso il paese e con i pochi soldi che avevamo in tasca comprammo una decina di gettoni telefonici. Nell’agendina avevo il numero di un mio zio di Milano, che aveva una casa di famiglia a Pisciotta, località vicina a Palinuro, dove ero stato quando ero più piccolo. Sapevo che quella casa veniva utilizzata solo a metà agosto e sperai che ci fosse un modo per avere le chiavi. Quando ero stato con lo zio eravamo andati spesso a pescare polipi in un antico porto romano, in apnea o con il sistema della zampa di gallina. Se avessi avuto le chiavi di casa avremmo potuto non solo dormire e lavarci ma con un po’ di fortuna anche mangiare… polipi.
E la fortuna, dopo la mazzata di qualche ora prima, cominciò a riaffacciarsi alla finestra.
Mio zio rispose subito al telefono “Le chiavi sono da mia sorella, ad Ascea. Vai a nome mio, che adesso l’avviso”.
Mi rianimai subito e cominciai a fare progetti “Potremmo anche vendere i polipi, e fare qualcosa di soldi. Ci sono i turisti” e giù in speranze di lauti pranzi in ristorante pagati con le fortunate vendite. Così ci avviamo a piedi verso l’imbocco della provinciale che attraverso la costiera cilentana ci avrebbe portato a Marina di Ascea.
Un tratto lo facemmo in una fiat 500 con un signore anziano e distinto, un altro con una 124 sport. Quella strada tortuosa e bellissima apriva ai nostri occhi tutta la meraviglia delle montagne che si affacciano bruscamente a mare, degli arbusti cocciuti che si arrampicano sulle rocce e a dispetto del sole e del vento di mare, carico di sale e di sabbia, sopravvivono abbarbicati e tenaci. Ad ogni curva ricompariva l’azzurro terso del celo ed il blu del mare ed i riflessi del sole sull’acqua appena mossa. Mi stava prendendo il sonno, ma non potevo dormire. Certo l’incoscienza degli anni mi aiutava ma non come avrei voluto. Appena le palpebre diventavano più pesanti si ripresentavano, negli occhi quasi chiusi, le scene salienti delle ultime ore passate nell’ansia.
Finalmente arrivammo a Marina di Ascea e a piedi, dopo aver chiesto a diversi passanti, raggiungemmo la casa della sorella dello zio. Ci accolse in maniera cortese e dopo aver bevuto diversi bicchieri d’acqua ed un ottimo the gelato, ci diede le chiavi della casa di Pisciotta. Era ormai pomeriggio inoltrato e se volevamo arrivare prima di notte dovevamo sbrigarci. Pisciotta non era così distante, ma non era semplice trovare un passaggio. La sorella dello zio ci spiegò come ripristinare la luce e l’acqua e ci salutò con una rapida stretta di mano. Di nuovo in strada, zaino sulle spalle e stomaco che brontolava per la fame.
La strada per Pisciotta da Ascea Marina era (ed è) una strada di montagna abbastanza frequentata perché da lì si passava (e si passa) per andare a Palinuro. Riuscimmo presto a trovare un passaggio, un’altra fiat 500, e dopo meno di un ora eravamo a destinazione. Lì cercammo la casa, una costruzione realizzata al lato della ferrovia e destinata alle famiglie dei ferrovieri (il padre di mio zio era stato appunto ferroviere) e, dopo averla trovata, seguendo le istruzioni, ripristinammo energia elettrica e acqua. La vecchia costruzione aveva quattro stanze grandi e umide di chiuso. Provvedemmo subito ad aprire ringraziando il cielo che le imposte erano munite di una vecchia zanzariera e dopo aver fatto scorrere lungamente dai rubinetti l’acqua ci concedemmo una lunga bevuta. Nel frattempo aperti gli armadi recuperammo delle lenzuola e acconciammo due lettini. Distrutti ci buttammo sopra, pensando di riposarci o addirittura di dormire. Ma a quel punto, nonostante la stanchezza, cominciò a farsi sentire la fame. Mi alzai e andai a rovistare in cucina. Nella credenza c’era un pacco di pasta corta chiuso con del nastro adesivo. Alla vista cacciai un urlo di gioia che fece saltare dal letto Carlo. C’era anche un residuo d’olio in una bottiglia proprio a fianco al pacco di pasta. Al colmo della gioia guardando dalla finestra vidi in un orto distante un centinaio di metri diversi filari di pomodori (che ormai avevo dolorosamente imparato a conoscere) lasciati là a marcire. Trovai una pentola e pensai di scaldare l’acqua. Il progetto era chiaro: mentre l’acqua si riscaldava sarei andato a prendere qualche pomodoro e se avevo fortuna avrei rimediato anche l’aglio, il peperoncino ed il prezzemolo. In una padella avrei fatto imbiondire l’aglio nell’olio bollente e poi avrei messo a soffriggere tocchetti di pomodori, fino a farli appassire. Infine un bel peperoncino tagliato sottile ed una spolverata di prezzemolo, riservandomene un’altra, più consistente da fare nel piatto una volta condita la pasta con il sughetto. Il pensiero di questo pranzo mi fece sentire leggero, appassionato, felice. Fu tanta la delusione quando mi resi conto che per riscaldare l’acqua ci voleva un fornellino, e quello c’era, ma ci voleva anche il gas, e quello non c’era. Dopo disperata ricerca da dentro una cassa venne fuori, però, un fornellino elettrico e fu la nostra salvezza. Attaccammo all’improbabile presa di corrente la spina dell’apparecchio e , miracolo!, dopo un po’ la superficie scottava. Preparammo prima il sughetto (la fortuna volle che ai margini dell’orto crescesse una bella pianta di peperoncini belli e piccanti, e nella madia ci fosse una treccia d’aglio rinsecchito) e poi mettemmo l’acqua a bollire. Ancora dura scolammo la pasta e riversammo il sugo dentro facendo continuare la cottura. Penso di non aver mai mangiato niente con maggiore piacere. I giorni a venire furono più comodi. Ci organizzammo. Ci recavamo la mattina presto all’antico porto romano dove da piccolo avevo pescato i polpi con mio zio. Ogni giorno riuscivamo o con le mani o con la zampa di gallina (si proprio una zampa di gallina recuperata in macelleria, legata ad un filo di nylon) a tirar su quattro cinque polpi che vendevamo ai turisti che giravano nel borgo. Generalmente ce ne rimaneva uno che cucinavamo la sera condendolo con pomodori abusivamente raccolti nel campo di fronte. Con qualche soldo recuperato riuscivamo persino a fare colazione e a comprare il pane. E in un bar conoscemmo due ragazze, due sorelle, con le quali la sera uscivamo e che la mattina presto presero l’abitudine di scendere prima del severo genitore, e di prepararci il cappuccino con la brioche, rigorosamente gratis. La sera andavamo con loro sulla spiaggia a godere del mare e delle loro carezze.
Fu una estate meravigliosa e non avremmo mai voluto tornare. Avevamo assunto una forma invidiabile, magri e abbronzatissimi. Ogni giorno piacevolmente stanchi, ogni sera pigramente accoglienti ai baci delle ragazze, ogni notte pieni di sogni e di serenità. Ce ne tornammo quasi alla fine di luglio, dopo due giornate di maltempo. Con una tristezza e un rimpianto che ancora adesso sento, quasi come se il tempo si fosse fermato con quelle avvisaglie d’autunno. Tornammo con il treno (senza pagare il biglietto e scendendo più volte per evitare i controllori).
Non ci siamo tornati più, insieme, io e Carlo. Le nostre strade si sono divise, e adesso quando ci vediamo sorridiamo e parliamo del più e del meno. Ma non di quell’estate, di quella splendida stagione della vita che ci è rimasta nel cuore come una felicità strappata e che non è stato più possibile provare.
Da solo, si, ci sono tornato.
Il porto era ancora là, brulicante di polipi. Ma il bar era stato sostituito da un negozio di souvenir. E le ragazze erano da tempo diventate rispettabili signore, anche loro coniugate e con prole.
Le cose antiche erano rimaste ferme a fare da sfondo. Esse non perdevano il tempo ed il tempo non le insultava. Ma le cose senza il pregio dell’antichità erano invecchiate, cambiate, scomparse. E stavano lì a segnalare, ironiche, le rughe sul volto del mio mondo.
Me ne andai presto, sorridendo di me e di quel tempo perduto.
